II
Finalmente venne il giorno dell'arrivo di Fabio. Per incontrarlo noi dovevamo scendere alla stazione di Terracina ed Elena era impaziente di conoscere questo mio vecchio amico del quale sovente le avevo parlato.
Di buon mattino feci chiamare Lazzaro, il gastaldo, e gli dissi:
— Tu mi farai condurre verso un'ora del mezzodì quel tuo barroccio grande, attaccato con la cavalla migliore, la balzana; e spòlvera bene i cuscini, e lustra la briglia, perchè la signora scende con me a Terracina.
Un'ora scoccava, quando la cavalla balzana scalpitò su lo sterrato, di fronte alla casa.
Lazzaro non ristava dall'ammirarla e dal girarle intorno, mentre un ragazzotto robusto la reggeva per il morso, a due mani.
— Guardate un po', signore, la groppa e l'arcatura del collo! — mi diceva, inorgoglito. — Sta su le zampe così d'appiombo che pare voglia dire a tutti: La strada è mia. Non ha quattr'anni, signore. La dentatura parla. Io l'ho pagata quaranta marenghi d'oro, ma non la vorrei dare per il doppio. E la briglia, vedete, rispecchia come nuova.
La balzana, stelleggiata in fronte, annaspava con nervosità la terra, facendo sonare le campanelle. Portava una briglia bellissima, con la guardia lustra, i fiori adorni ed i voltoi bruniti. Lazzaro continuava:
— Mi raccomando, signore: la cavalla è fresca di scuderia: non l'attacco da molti giorni e forse potrebbe farvi qualche volata.
[pg!111] — Non darti pensiero, Lazzaro; n'ho portati altri ch'erano ben più focosi.