— Ma no, Fabio: non credere! Io la conosco bene. L'amore di Edoarda è semplicemente una specie di manìa sentimentale. Io non sono per lei un amante, nè un fidanzato, nè un amico: sono semplicemente l'essere che la sua fantasia, per una scelta incomprensibile, ha voluto collocare al di sopra di tutte le cose. Edoarda non mi desidera nè coi sensi nè forse col cuore: mi desidera con l'immaginazione. Tutto il suo grande amore non è che una specie di ostinata e gelosa immaginazione. Tu la ritieni capace di compiere per me un vero sacrifizio? No, Fabio! Mai, se non costretta. Edoarda sa benissimo che non l'amo più. Mi conosce troppo e non s'inganna; credimi, [pg!128] non si può ingannare. Vede con esattezza quello che soffro da molti mesi e legge qualche volta nell'animo mio con una penetrazione che mi spaventa. L'amore che avevo per lei, Edoarda lo ha veduto spegnersi ora per ora. Ebbene, che farebbe un'altra donna, più fiera ed anche, lasciamelo dire, più generosa di lei? Certo si vergognerebbe d'accettare questa mia fredda pietà e, forse per ribellione, mi saprebbe odiare. Ma Edoarda no. Il suo tormento e la sua gioia son quelli di potermi dire ogni giorno: «Tu non mi ami più!...» e costringermi a contare le sue lacrime, od opprimermi con una infinità di cose meschine, o sedersi ancora su le mie ginocchia, per parlarmi di una volta, di una volta, di una volta... come si recita una tediosa litania. No, Fabio! Che l'amore possa talvolta essere crudele, brutale, iniquo, lo ammetto; ma che l'amore debba mostrarsi vile, mai!

— E più crudele, secondo me, quest'analisi che ora tu fai, — rispose Fabio. — Del resto è naturale: contro il rimorso non v'è che l'ironia. Nessuno ha il coraggio di dire a sè medesimo: «Io sto compiendo un'azione davvero disonesta.»

Su la faccia dell'erma lontana un occhio di sole rideva mutevolmente; un canto spiegato volava e trillava nel verde, mentre, vicini all'ora di mezzodì, gli sciami addensavano i loro turbinii su l'acqua iridata. Un lungo silenzio cadde fra noi, mentre tutto il mio mondo interiore pareva sopirsi e lentamente sperdersi nella grande pace meridiana.

— Germano, — egli mi disse infine, con una voce in cui pareva tremasse il dolore di occulte lacrime, — tornerò domani a Roma per dire a Edoarda Laurenzano che non ti aspetti più. Le cose, gli uomini ed i sentimenti hanno tutti un loro inevitabile destino.

— Grazie, Fabio, — gli risposi, tendendogli la mano.

— Non ringraziarmi. Germano. Vado a portare la tua condanna e forse a distruggere un'anima. Pensa che nella vita potrebbe venire un'ora simile anche per te....

Per la prima volta sentii nella mia mano tremar la mano di quest'uomo forte, e vidi cadere una lacrima dalle sue ciglia ferme.

[pg!129] Lì, nell'antica ombra di quella foresta, nel solenne patto concluso, finiva certamente un tempo irrevocabile della mia vita, e sentii con paura, nel recesso dell'anima, tremare vagamente il presagio di una sventura lontana. Camminammo ancora qualche tempo senza levare gli occhi, tacendo. Poi tornammo indietro, verso il coltivato bosco nel quale si promulgava il giardino. Allora Fabio si scosse, raddrizzò la bella persona e di nuovo il suo dolore si nascose dietro la maschera della sua costante ironia.

— E tu che farai? — mi domandò, fermandosi ad un bivio di sentieri, ove con grande impeto il caprifoglio fioriva.

— Chissà mai?... E del resto cosa importa? Non ho paura, Fabio! Non ho avuta mai paura della vita, io!