La via Appia, guernita di bandiere, di palvesi, di giostre aeree, di gonfaloni e di stendardi, continuava in mezzo alle case, verso il Tempio di Santa Maria, dov'era il convegno della festa floreale. Agilissimi festoni d'edera si appendevano da un tetto all'altro, curvi nel mezzo come i tralci delle viti cariche, in guisa da comporre sopra la strada una specie di pergola trionfale, un telaio di gloriose ghirlande, in gradazione dolcissima di colori. Gualdrappe sfarzose pendevano dalle finestre, addobbavano i terrazzi ed i poggioli, cui stavano affacciate le donne procaci che amò Silvestro de' Buoni e che un tempo salirono, adorne di lunghi veli, al convento [pg!133] dei Frati Domenicani per ascoltar le prediche di San Tomaso d'Aquino.
Quel giorno, esse ridevano dai poggioli, come da un «mirador» di Siviglia, pettinate alcune alla guisa castigliana, con il bianchissimo collo ignudo e carico di monili. A piene mani gettavano mazzi nella strada, poi si schermivano dietro le stuoie quando una brigata di corteggiatori le assaliva da ogni parte rispondendo alla loro provocazione.
Una pioggia di fiori ci accolse al nostro passaggio. Elena, vestita di bianco, alta fra la moltitudine, attraeva lo sguardo dei lanciatori di mazzi, che da lungi la investivano vuotando a gara i canestri pieni. Per un momento la battaglia della strada si rivolse tutta contro di lei, e dovemmo sostare per ripararci da quell'accanimento. Ella rideva, un po' smarrita, serrandosi al mio braccio, fra quel giocondo piovere di ramoscelli fioriti, che oscillavano volubilmente nell'aria prima di caderle ai piedi. Poi fummo liberati per il sopraggiungere di due fanciulle, che, attraversando la strada, con una risata, distolsero da noi l'infuriare della leggiadra battaglia.
Erano di ugual statura, brune ambedue di colorito e di capelli, col petto ampio e florido, la bocca invermigliata. Sui lor capelli era profusa una gran copia di petali e di foglie, come accade al passar d'autunno sotto una pergola che sfiorisce; le lor caviglie, costrette da un'allacciatura incrociata più volte, uscivano agili ed esilissime dalle gonnelle succinte.
Ma ecco, entrando nella piazza grande, mutata in improvviso anfiteatro, fummo sorpresi da una magnificenza impreveduta.
I banchi orticoli, adorni di muschi o di glebe divelte ancor umide dalla terra tenace, componevano in semicerchio un bellissimo cuscino di zolle verdi, che s'interrompeva tra due pali avviluppati d'edere allo sbocco d'ogni contrada, poi saliva ad arco su la gradinata e sul terrazzo della chiesa. I fiori vi giacevano sopra, a mazzi, a ghirlande, a fasci, o disseminati, giuncando l'intero anfiteatro.
[pg!134] Pareva così di entrare, per una conca verde, nel recesso di un tempio leggendario, dove i colori ed i profumi componessero insieme un'apoteosi della primavera.
Un antico salice, ch'era sorto a fianco della chiesa, con le radici sotto la pietra, era naturalmente investito e soffocato quasi dai viluppi di un glicine, che, due volte abbracciandone il tronco, s'arrampicava nella foltezza dell'albero ed emergendo fin sopra la vetta, sciorinava giù per la curva dei rami le sue lunghe propaggini fiorite, spiovendo come il salice, con indolenza magnifica, sin quasi a toccare la terra. E nessuna composizione di tinte appariva così mirabile a guardarsi, come, sul verde acquatico del salice, la delicatezza di quelle fioriture turchine, simili ad un'aggregazione di piccole ali, o forse ad un alveare d'api raccolte in grappoli.
Intorno tutti i colori sfoggiavano, componendo in una maraviglia unica la loro molteplice diversità. Pareva che una schiera di uomini scorazzanti avesse invasi tutti i giardini, disfatte le aiuole, vuotate le serre, depredati gli orti, mietuto nelle campagne, tagliato nelle selve, divelto dall'argine dei fiumi, nel grembo delle valli e su l'aprica montagna per raccogliere in quella piazza tutto ciò che la primavera ed il sole avevano saputo esprimere di colorito e di olezzante dalla instancabile generazione della terra.
Era come un risorgere di que' giochi floreali che un lascito di cortigiana aveva elargito al popolo di Roma, nel giorno di Calendimaggio e che venivano celebrati nel più leggiadro fra gli otto circhi, al di là dalle mura, in una valletta oziosa tra il Viminale e il Colle dei Giardini. Seminude, le danzatrici s'inghirlandavano e tessevano danze dionisiache alla concorde musica dei flauti e delle arpe; le attrici simulavano drammi floreali; poi, di notte, al chiarore delle fiaccole, sovra un palco addobbato, le mime figuravano scene di sfrenata licenza, mentre dai parapetti si curvavano, accesi di voluttà negli occhi dipinti, i giovini patrizi decadenti, e saliva su le labbra delle matrone un languido sorriso d'impudicizia.