Davanti alla chiesa, come in un giorno di grande sagra, [pg!135] tutta la piazza era ingombra di giuncature primaverili; fiori ed aiuole d'ogni varietà l'abbellivano e la colmavano di magnificenza.
Amico ai pascoli rideva il pandicúculo cavalleresco per l'elmo ch'esso porta e per lo sprone, là dove i mirti bianchi e l'aralda porporina socchiudevano lentamente i cálici delle lor campanule stanche. Bocche di lupo e bocche di leone, prímule, biancospini, fior di primavera, marruche, arse dalla gran vampa, si addormentavano, sognando forse l'ombra delle lor siepi natie.
Dai fiori si conosceva l'origine dell'offerta. Il boscaiolo era venuto con i mughetti, le cesarelle, i gigari, gli allori, l'abbracciabosco, i gerani di bosco e la barba di bosco; il falciatore con l'erba cipressina, l'erba di vinca, l'erba trinità; le seminatrici coi fiordalisi, le spadacciole, i cinquefogli, e dalla montagna erano scese le pastorelle, dai paschi le pascolatrici, portando, insieme coi bucaneve solitari, le genziane di tutti i colori, le belledonne dei semplici e le araldiche insegne dei gigli fiorentini.
Tutti questi fiori, e gli altri mille cui non era possibile riconoscere un nome, parevano irradiare nell'aria circostante i riflessi dei loro infiniti colori, aspirando ad essere più belli della loro bellezza ed avendo singolarmente una diversa guisa di vivere e di morire.
Nel tripudio e nel sole di quella piazza invasa un'anima vasta e quasi umana pareva espandersi da quelle innumerevoli agonìe, dicendo con una suprema estasi di profumo l'ansia che i fiori avevano di suggere le linfe della terra, di accogliere più sole, più rugiada, più vento, per palpitare, per aprirsi e ridere, per generare un seme fecondo. E quel profumo, ch'era quasi una voce, quel profumo di corolle moriture, dilagava in alto per l'azzurrità immensa come una suprema invocazione alla vita, come una bella ed inutile volontà di fiorire.
Anime anch'essi, avevano il loro attimo di smarrimento presagendo l'orrore del perpetuo silenzio, della irrevocabile ombra; e, forse per non conoscere quello spavento, gettavano a fiamme di colore, a turíboli di profumo, le ultime [pg!136] giocondità vitali, e morivano sperduti nell'ebbrezza della fine, sublimando il colore come un'anima in uno sforzo eroico verso la luce.
Nella chiesa lo spettacolo cresceva di bellezza. Non v'era più marmo, non v'erano più altari, nè seggi nè cori nè pulpiti nè colonne: tutto scompariva sotto un ammanto unico di fiori, lasciando solo una via diritta e sgombra che si partiva dalla soglia fino ai gradini dell'altar maggiore.
Filtrava per le vaste invetriate una chiarità contemplativa nel tempio, e tra i vapori degli incensi aromatici una lama di sole fendeva obliquamente lo spazio come un'evangelica spada.
La turba, genuflessa tra i fiori, elevava un sommesso mormorìo di preghiere.
«Beato colui che ha l'Iddio dei Fiori in suo aiuto — la cui speranza è nell'Iddio dei Fiori.