Una immagine fissa mi teneva la mente.
[pg!155] Il portone, quel gran portone marmoreo del palazzo Laurenzano, casa di principi una volta, ove nella corte scalpitavano i cavalli e facevano ala i domestici gallonati, quel portone che tante volte avevo passato quasi ormai da padrone, ora mi si chiudeva in faccia ostinatamente, come ad un servo scacciato. E insieme tutte l'altre soglie ch'ero solito varcare si chiudevano a lor volta, quasi per dividermi da una gente alla quale non appartenessi più. In quella società ov'ero entrato splendidamente, sotto l'auge del mio gran nome e del mio denaro, nessuno ignorava i miei dissesti, le noie che mi davano i creditori e i pesi che si andavano accumulando sui pochi avanzi delle mie campagne. Ciò che mi salvava dalla decadenza e dal disprezzo altrui non era infatti che il mio fidanzamento con Edoarda. Anzi al pubblico piaceva, come in genere piacciono, tutte le cose teatralmente immortali, questa mia figura di scialacquatore spensierato, che, al termine delle sue scioperatezze, trovava una ereditiera innamorata e otteneva di sposarla per ricominciare il suo fasto. Insomma dovevo solamente alla mia sposa futura se ancora le belle dame romane mi serbavano qualche sorriso procace nell'iniziarmi alle intimità profumate dei loro salotti, se gli usurai mi davano denaro, se i negozi mi vendevano a credito, se alle caccie potevo cavalcare i migliori cavalli, giocare spensieratamente al Circolo, e persino fra le donne galanti godere di molte predilezioni; il che sembrerebbe forse paradossale, se anche in questo, come in tutti gli altri rami dell'eleganza e del piacere, non dominasse una divinità molto frivola, molto capricciosa: la moda.
Nella così detta «grande società» v'è un numero infinito d'intrusi: quelli che vennero dal nulla e quelli che si ridussero al nulla. Io stavo per contare tra questi ultimi e v'ero tollerato nel modo più cortese, perchè possedevo il mezzo di ripristinare al mio nome la sua necessaria grandezza. Invece, da un momento all'altro e per mia volontà, il che forse appariva più grave — rinunziavo a questo mezzo, lanciavo quasi una sfida od un rifiuto alla [pg!156] mia casta e mi ritraevo in disparte da essa, disdegnandone le ambizioni per l'amore d'una donna straniera.
Di questo non avrei potuto certo sperare il perdono. L'usuraio di Terracina non sarebbe stato in ciò per nulla diverso dalle dame di Roma, le quali sognavano a palazzo Materdomini una sala di più dove danzare, dove amoreggiare, dove splendere, nè dagli amici dei teatri, dei Circoli e degli ippodromi, che certo non avevano dimenticate le mie liberalità di un tempo. E costoro, indistintamente, oltrechè non perdonarmi, avrebbero anche vendicate le loro speranze deluse, insieme con le antiche invidie. Essi certo non avrebbero giudicata l'azione mia secondo il suo giusto valore, nè con indulgenza, nè con rispetto. Costoro avrebbero riso. E mi pareva di vedere molte bocche ridere, mi pareva di udire i maligni commenti. Oh, mai come in quell'ora mi sembrò di conoscere il mondo in cui ero vissuto, e mai con maggior tristezza rimpiansi la mia vita sprecata in mille vanità passeggere, lembo a lembo, fra le gioie più sterili!...
Così pensando, imparavo a disprezzarmi: un sentimento questo che non avevo conosciuto ancora.
Edoarda invece mi appariva come una immagine del tutto lontana, perduta fra le memorie di un'altra vita, pressochè scomparsa. I miei nervi si erano talmente avvezzi a ribellarsi contro di lei, che ora, d'un tratto, si sentivano come rappacificati.
Ella era uscita dal mio cuore senza lasciarvi un solco, senza imprimervi una memoria, senza condannarmi ad un qualsiasi rimpianto.
Elena invece m'inebbriava del suo fresco amore. Ogni giorno mi pareva di scendere più profondamente nel mistero della sua dolce anima.
— Non puoi credere — mi diceva spesso, — come adoro questa campagna, questa casa ed i giorni che passiamo qui.
Talvolta, la sera, ella si lasciava prendere da una specie di malinconia; parlava con voce affaticata, senza guardarmi, quasi perduta in un sogno, e mi diceva: