— Sì, le bottiglie d'acquavite? Siamo intesi, le avrete. A rivederci, Michele.

E uscì.

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VII.

Una lettera di Fabio mi giunse alcuni giorni dopo, in termini brevi, senza un qualsiasi accenno intorno all'accaduto.

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«Io ti rendo la parola di Edoarda Laurenzano, — egli scriveva. — Prego il cielo che non ti faccia mai conoscere il rimorso dell'azione compiuta, e per il male che hai dato possa venirti una lunga felicità. È questo forse il voto e la speranza della donna che abbandoni, è questo l'augurio più sincero dell'amico di tanti anni, che non ti dimentica in quest'ora tristissima della tua vita... Conserva una memoria indulgente per la creatura che ti ha troppo amato e sconterà in silenzio il suo destino irreparabile; fa del bene a molte anime per quella che hai dovuto sacrificare. Noi ti seguiremo col pensiero, dovunque tu vada e qualsiasi cosa tu faccia, come una volta e sempre, desiderosi anche di soccorrerti se mai ti sorprenda un pericolo contro il quale tu non possa lottare.

Resta lontano da Roma, per qualche tempo almeno, e ricordami e scrivimi sempre.»

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Questa lettera mi parve un'umiliazione, e nell'attimo stesso in cui finalmente mi vedevo libero, un senso quasi di sgomento, di solitudine m'invase. Mi parve per un istante che mi avessero lasciato solo, di fronte ad un precipizio, a mille precipizi continui, dove sarei caduto inevitabilmente come una preda oscura.