— Non pensare a me. Ho finalmente presa la mia risoluzione: andremo a Parigi, diverrò attrice, guadagnerò molto denaro.
Questo era sempre il suo grande sogno. Me ne aveva parlato le prime volte con titubanza, poi con fermezza, nè io credevo di poter ostacolare il suo proposito, perchè non avevo alcun avvenire da offrirle. Io medesimo, giunto verso i trentaquattr'anni e perdute ormai quelle temerarie illusioni che rendon facile ogni strada sul fiorire della giovinezza, mi trovavo nella dura necessità di ricominciare la mia vita, con altrettanta parsimonia quanto ero stato prodigo e spensierato, uscir dalla lunga pigrizia per sottomettermi ad un qualsiasi mestiere lucroso, mentre il mio solo studio fino a quel tempo non era stato che di godere la maggior allegrezza nell'ora fugace.
Il passo in fondo non era facile nè breve. Poi, quante fierezze da scordare, quanti altari da cui scendere! Mi avveniva di rimanere per lunghe ore perplesso e trasognato, pensando al mio tempo trascorso, quando la sorte, [pg!159] con munificenza incalcolabile, mi aveva dato in possesso i migliori suoi doni ed offerta la possibilità di ambire a qualsiasi destino. Invece quanta cenere, quanto inutile spreco! E rivedevo le mie terre, cento volte più vaste che non si possa con uno sguardo abbracciare, pezzo a pezzo vendute, o cadute in possesso dell'usuraio, che ora, quasi per insidiarmi fin nell'ultimo riparo, stendeva la mano rapace su le campagne intorno a Torre Guelfa, pronto forse un giorno a cacciarmi dal mio tetto, per condurre la sua vita opulenta e laida in quel feudo che aveva la sua storia scritta a lettere d'oro nelle cronache di Roma.
Allora m'appigliai ad una risoluzione improvvisa.
Feci chiudere la casa di Roma, vendetti una piccola terra, vicino a quella di Monte San Biagio, per avere il denaro che mi urgeva, e decidemmo di andar a Parigi, dove la sorte ci avrebbe forse aiutati.
Nella grande città di gioia, libera e maravigliosa, dove tutte le passioni umane sembrano accendersi d'un più selvaggio ardore, ella voleva essere attrice, io volevo con ogni mezzo affrettare il compiersi della mia sorte. Forse intraprendere un commercio, forse affidarmi all'alea della speculazione, o forse, con uno stratagemma usato a me stesso, volevo semplicemente arretrare d'un passo davanti allo spettro della rovina imminente.
Avevo ancora una fede cieca nella clemenza della fortuna, e partendo guardavo con occhi sereni, su la torre di Torre Guelfa, il bel motto scolpito nello scudo. E il motto diceva:
Placet, si vis, Domine. [pg!160]
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