A Parigi, dopo alcune settimane trascorse all'albergo, affittammo nel quartiere dell'«Etoile» un grazioso appartamento, che si apriva su la via dell'«Arc de Triomphe». La nostra vita, nei primi tempi, fu tutta spensieratezza e gioia. Di giorno, cavalcate al Bosco, passeggiate in vettura, soste negli ippodromi; la sera balli e teatri, visite ai ritrovi mondani, fra quella turba cosmopolita che versa inconsideratamente nella centrica Parigi l'oro guadagnato ai quattro canti della terra, e tutti i giorni si muta, più festevole e più pazza, dando l'idea d'una Babele novissima, dove gli uomini più diversi convengano insieme ad una perpetua gozzoviglia.
Durò così per oltre un mese, fin quando Elena si accinse a frequentare una scuola drammatica. In quei tempi una grande attrice, stanca di calcar le scene, si era data all'insegnamento, aprendo una scuola di recitazione dove accoglieva soltanto alunne che fossero nuove al teatro, ed alle migliori di esse prometteva un adito immediato su le più grandi scene parigine.
Tosto Elena, entrata in favore della maestra, cominciò a frequentar assiduamente la scuola, e si pose all'opera con tanto amore, che ogni altro pensiero fu escluso dalla sua mente. Questo esempio di serena volontà umiliava un poco la mia naturale pigrizia, che aveva, come sola forza, una fiducia illimitata nel destino.
Talora mi assalivano i più tristi pensieri, vedendo venir meno il denaro pervenutomi dall'ultima vendita delle mie terre; ma nello stesso tempo mi sembrava impossibile di dover giungere alla miseria, quasichè, dietro le mie spalle, [pg!162] invisibile, stesse a guardia un genio tutelare, che alla fine, in un modo qualsiasi, mi avrebbe ancora soccorso.
A poco a poco la mia vita si era fatta monotona. Elena frequentava le sue lezioni, la mattina ed il pomeriggio; di sera per lo più, vinta dalla stanchezza, non amava uscire. Così mi rimanevano molte ore libere; mi alzavo tardi, andavo al Bosco o vagabondavo per le strade, guardando i negozi, gli equipaggi, la gente, invidiando tutti, amareggiandomi di tutto. Le idee più torbide si affacciavano al mio pensiero; Elena stessa mi pareva mutata. Oh, la primavera di Torre Guelfa, come già mi sembrava lontana!
E talvolta guardavo Elena con un senso d'involontario sospetto. Il suo passo, i suoi gesti, anche la sua voce, forse per l'abitudine contratta nell'esercizio scenico, non avevano più quella semplicità fresca e nuova dei primi tempi, che ricordavo come in un sogno. Invece pensavo che presto avrebbe affrontata la scena; la luce della ribalta avrebbe offerto a mille sguardi estranei la sua desiderata bellezza; i giornali sarebbero stati pieni del suo nome, cartelli e manifesti l'avrebbero dappertutto raffigurata, e di lei, nelle cene galanti, si sarebbe discorso con spensierata licenza. Poi l'applauso, la possente ibrida voce delle tumultuose platee, sarebbe salito fino a lei, fino ad avvolgerla come in un álito di desiderio, come in una vampa di corruzione... E perchè dunque, un giorno, finalmente, non si sarebbe anch'ella stancata di vivere in disparte, per un uomo che più nulla poteva offrirle, neanche la gioia di rifugiarsi nella spensieratezza dell'amore, se anche questo mio grande amore si oscurava ormai di ombre angosciose?
Così, quand'ella mi parlava con ardore de' suoi rapidi progressi, de' suoi futuri trionfi, un sorriso amaro passava su la mia bocca e provavo nell'anima un senso d'indefinibile paura. Que' suoi racconti avvenivano per lo più durante l'ora della colazione. Io silenzioso, ed ella gaia, loquace, mi narrava tutti gli avvenimenti più futili della scuola, e mi aveva così ben descritte le sue compagne, [pg!163] che ad una ad una quasi mi pareva di conoscerle tutte. Verso le cinque le andavo incontro, ed era questa l'ora migliore della mia giornata, poichè ci recavamo a far le piccole spese per la nostra casa, od a bere il tè nei ritrovi eleganti, od a passeggiare insieme fino allo scendere della sera. In quei momenti mi pareva ch'ella fosse ancor mia; per lei mi struggeva ora un amor triste e taciturno, che il dubbio d'una lontana rinunzia tormentava di oscure gelosie. Quanto più la vedevo salire, tranquilla e certa, per il suo cammino di luce, tanto più mi sentivo cadere dentro un abisso di tenebre, dal quale avrei cercato invano di riafferrare la sua bella immagine fuggitiva.
Così qualche volta il mio amore diveniva crudele, sospettoso, violento: mi piaceva intiepidir la sua fede, smorzare le sue speranze, ferirla nell'orgoglio, per non lasciarle comprendere in quali angustie si dibattesse il mio spirito. Ella per contro era docile come non mai; si arrendeva indulgente alle ubbìe del mio carattere, perdonava l'asprezza della mia voce, calmava con miti sorrisi le mie repentine gelosie; ma la sua mitezza, la sua condiscendenza, la calma di quel sorriso indulgente, non erano per me che altrettante ferite, poichè infatti la sentivo troppo forte, e ciò mi dava ombra.
Ogni giorno, vedendola uscire, mi pareva ch'ella se ne andasse a portar lontano, fra estranei, una parte di sè stessa, una parte che non mi avrebbe restituita mai più.
Quest'amante singolare sapeva darmi ogni giorno una gioia ed un'angoscia nuove, perpetuando in me il dubbio, che sta nell'amore come il rimorso nell'anima.