Spesso mi domandava quale risoluzione avessi presa per l'avvenire, incitandomi a non frapporre indugi dinanzi al tempo che fuggiva. E mi noverava molte cose alle quali avrei potuto dedicare i miei giorni, con una visione così pratica e semplice del lavoro che spesso ne rimanevo stupito.

— Tu non puoi figurarti, — le rispondevo, — che sforzo terribile sia per un uomo della mia natura quello di ricominciar la vita, e ricominciarla per forza, senza un'attitudine, senza un vero ideale.

[pg!164] — Certo, lo comprendo. Ma, se questo è necessario?

Allora mi diffondevo in lunghi ragionamenti, che peccavano dalla base, appunto perchè io stesso ne intravvedevo la falsità.

— Lavorare, tu dici? Ebbene, vediamo. Una volta dipingevo infatti, e con una certa valentìa. Ma son trascorsi tanti anni! Vuoi che ricominci ora? Dopo aver perduto il tempo nel quale forse mi sarei fatto un'artista, e quando a Parigi vi sono molti pittori di grande ingegno che appena si guadagnano il pane? Vuoi che tenti un commercio, un'industria qualsiasi? Mi mancano per ciò le conoscenze più elementari. Tu mi dirai che si possono imparare. Ed è vero; ma in quanto tempo? E i capitali? Dopo tutto, è inutile!... Credi, Elena, un Guelfo non apre bottega.

— E con questi ragionamenti falsi ti condanni ad una passività oziosa, mentre invece dovresti pensare che a tutto v'è rimedio.

— Infatti mi rimane ancora una strada. Conosco a Parigi molte persone autorevoli; per mezzo loro mi farò presentare in Borsa, otterrò credito, speculerò.

— Ma, insomma, sono mesi ormai che accarezzi questa idea senza mai decidere nulla! Che aspetti ancora?

— Non darti pensiero, Elena; oggi o domani comincerò.

Oggi o domani... E intanto le settimane passavano, il denaro dileguava, l'inettitudine della mia vita si faceva più grande. In verità un giorno, incontrando Gualtiero Alessi, agente conosciutissimo alla Borsa di Parigi, ch'egli frequentava da vent'anni, gli avevo parlato delle mie risoluzioni, ma così distrattamente ch'egli pure mi rispose in modo assai vago: