— Bene, quando vorrai.... Vieni da me. Combineremo.
E tutto finì su queste parole. Che fare? Non ero avvezzo a chiedere; le cose più semplici mi parevano dure umiliazioni.
Così, fra vani pensieri e lunghe ore d'inerzia, scorreva la mia vita novella, mentre di giorno in giorno andava [pg!165] in me nascendo un disprezzo immenso di me stesso. Avevo presa l'abitudine di uscir la sera, quando Elena si coricava di buon'ora, e frequentavo alcuni amici d'altri tempi, seguendoli senza voglia nelle loro scorrerìe per la città del piacere. Fra questi, mi avvenne una sera d'incontrare un uomo che tempo addietro mi aveva molto divertito ed incuriosito.
Si chiamava Elia d'Hermòs, era d'origine albanese, o così almeno diceva, poichè la sua vita era tutta un mistero.
Oltre la soglia dei quarant'anni, alto e magro, con una fina espressione di sarcasmo negli occhi arguti, il mento adorno d'una leggera barba color di rame, i capelli biondi, grigi su le tempie, l'andatura dinoccolata, le mosse un po' feline, mostrando della sua persona e de' suoi abiti una cura soverchia, quest'uomo era certo fra que' molti personaggi ambigui che Parigi alimenta nel suo grembo, e vorrei dir nel suo covo, riserbando un campo vastissimo alle lor arti oscure. Parlava male moltissime lingue, sapeva un po' di tutto senza nulla conoscere profondamente, aveva percorso il mondo intero e vissuto in ogni paese, conservando di tutti i popoli un segno caratteristico, senza palesemente appartenere ad alcuno.
Il suo discorso era gaio, paradossale, volubile, quantunque in ogni parola si tradisse la profonda esperienza ch'egli aveva dell'uomo e delle sue passioni, della vita e de' suoi casi. Di lui si parlava molto come di un avventuriero, senz'attribuirgli alcun fatto preciso, e però lo frequentavano gli uomini del miglior ceto, faceva parte d'un Circolo di buon nome, qualche volta lo si vedeva cavalcare al Bosco in compagnia di signore parigine o forestiere. Prediletto nella società galante, spendeva senza parsimonia, con aristocratica eleganza: doveva essere terribilmente cinico dietro la sua maschera d'impeccabile gran signore. Elia d'Hermòs, mi rammentava un poco il tipo di Fabio Capuano, e forse questa fu la prima ragione della nostra dimestichezza.
Molte sue frasi, molti suoi motti arguti, eran divenuti [pg!166] proverbiali su la bocca degli amici, ed i suoi concetti morali non erano precisamente quelli che avrebbe potuto sottoscrivere un padre Labourdonnais. Ma egli possedeva in massimo grado quel bel dono degli avventurieri, e cioè la simpatia suggestiva, il coraggio sfacciato di professarsi apertamente per un essere amorale, con l'abilità insieme di ravvolgere la propria persona in un velo di mistero seducente, e di trattar la vita come una burla, cosa che piace ai meno forti.
Parigi si rammentava di averlo veduto, molti anni addietro, avere un duello terribile con un addetto diplomatico di gran famiglia, il quale era rimasto sul terreno con la gola trafitta. E Parigi non dimentica mai un bel gesto.
Altri sapevan qualcosa intorno all'oscura amicizia che fino alla morte professò per lui la famosa Duchessa di Lezières, questa Saffo impenitente, che non si peritò di chiudere la sua magnifica vita di depravazione con una frase rimasta celebre:
— «Fra me e mio figlio abbiamo possedute le più belle donne di Francia.»