— Oh, conte, perchè non giocate anche voi? C'è un banchiere che perde a rotta di collo. Sapete: il grosso Aranda, un italiano come voi. Non c'è che mettere il denaro sul tappeto.

— Io sono sfortunatissimo al giuoco: arrivo sempre troppo tardi. Ora certo vincerà.

— Ma no! ma no! Ha una disdetta orribile questa sera!

La signora di Clairval intanto si era levata. L'altra mi sedette vicino.

— Ecco, giuocheremo insieme, se volete, — mi disse. — Io metto venticinque luigi e venticinque li mettete voi. Mi sento in fortuna: fidatevi. Non perderemo più di queste mille lire; volete?

— Con molto piacere.

— A proposito, sentite una cosa: io vi chiamerò Domini, Domini semplicemente, perchè il resto non me lo posso rammentare.

— Ve ne dispenso.

— Domini, che in latino credo voglia dire «signore». Cosicchè sarete per un momento «il mio signore...» E rise di un bel riso limpido.

— Magari lo fossi! — esclamai, curvandomi un poco su le sue spalle nude.