— Sentite, io sono superstiziosa, e voglio giocare con questo denaro che ho vinto. Porterà fortuna. Venite.
Andammo verso la tavola da giuoco, ed io facevo intanto qualche riflessione amaramente piccina. Pensavo che si sarebbero certo perdute quelle mille, forse molte altre migliaia di lire, senza ch'io potessi esimermi dal dividere la sua sorte o dal confessare le mie strettezze. Così, dalle più piccole cose alle più grandi, la mia decadenza mi appariva manifesta, dandomi al cuore un senso di vergogna e di commiserazione.
Guardavo e tacevo. Intorno al tavoliere stavano facce di uomini, torve o ridenti, eran visi di donne, affannate per l'ansia della sorte o soddisfatte per il suo favore. L'oro, e le carte, e la voce monotona del banchiere che annunziava un punto, e quelle mani che tutte parevano ghermitrici ed avare, mettendo o raccogliendo le poste, l'ansia di chi giocava e la placida ironia degli spettatori, la luce delle lampade basse, il fumo dei sigari, gli scoppi di risa repentini, le imprecazioni frequenti, la pausa di silenzio che precedeva ogni colpo e quella specie di rallentamento che ne seguiva l'annunzio, tutto questo insieme, per la prima volta mi dava una sensazione acre d'immoralità e di bassezza, come la visione di una grande crapula [pg!199] in cui fossero palesi tutti gl'istinti più perversi della bestia umana.
Ora che il denaro non mi apparteneva più come un facile retaggio, ne vedevo con altri occhi tutte le orride, le occulte vie di conquista e ripensavo alle parole del d'Hermòs con una specie d'interiore brivido.
Intanto la sorte favoriva la mia bella compagna. Ella poneva le poste ad ogni colpo, allungando sul tappeto la mano bianchissima, carica d'anelli che la facevano splendere. Il d'Hermòs, che stava dall'altro lato e giocava con noncuranza, aveva esclamato vedendoci:
— Oh, finalmente vi siete lasciato tentare anche voi!
— Non però dalle carte! — risposi, accennando alla piccola Yvonne.
— La donna e il giuoco vanno insieme come il diavolo e l'acqua santa — egli disse per celia.
— E voi siete un insolente! — ella gli rimandò su lo stesso tono.
In piedi, presso di lei, stavo considerando la mia compagna. Smorta in viso, di un pallor carico e torbido come il colore dell'ambra, due vasti occhi le splendevano sotto la fronte piana, una fronte di statua greca, dalle sopracciglia troppo lontane. Aveva un profilo dolcissimo, come i cammei del Cinquecento, ma su la bocca fredda e arida un sorriso di donna crudele. I capelli nerissimi le si partivano dal mezzo della fronte, spartiti da una scriminatura fina, in due gonfie ali compatte, lucide come due stole di lontra, che ondeggiavano intorno alle tempie facendole su la nuca un nodo così voluminoso da parer soverchio per la sua fragilità. Era veramente un gingillo da principe, una cosa tenue ma temibile, una figura di malefizio. E forse dai capelli troppo neri, dal seno troppo scollato, le usciva un profumo intenso, quasi un'evanescenza della sua pelle, che sotto il velo della cipria sembrava soffusa di un color d'oriente, come hanno talora le donne arabe a vent'anni. Le sue braccia ignude, passando in un raggio di luce, riscintillavano d'una invisibile vellatatura bionda.