[pg!200] Ella doveva possedere il secreto di qualche lussuria strana.

Sovente si volgeva, con una mossa rapida, per domandarmi consiglio intorno al giuoco, ed i suoi occhi parevano compiacersi di quella suggestione torbida che si accorgevano di suscitare in me. Ora, spesso, e come per inavvertenza, mi posava le mani su le ginocchia, e nel piegarsi, o nel volgersi, tutta la sua persona carezzava leggermente la mia. M'accostai ancor più; le stetti con la faccia così vicino che le mie labbra quasi toccavano il suo orecchio minuscolo, il quale pareva spuntare dalla foltezza dei capelli come il delicato bòcciolo di un fiore.

A un certo punto ella raccolse quasi tutto il denaro che aveva dinanzi e me lo diede.

— Mettete questo a parte, — mi disse. — Bisogna essere prudenti. È il guadagno. Ed ora cominciamo da capo con le mille lire che mi rimangono. Se si perde, poco male.

— Avete fiducia nella mia scrupolosità? — domandai scherzando, mentre intascavo la somma.

— Niente affatto! — rispose ridendo. — Anzi datemi per garanzia una vostra mano; così non potrete rubare.

— Ma ho sempre l'altra... — feci, stringendo la sua piccola mano. Ella intrecciò le dita nervosamente nelle mie, mentre, con l'altro gomito puntato su la tavola, tendeva il collo innanzi per attendere l'esito di un raddoppio audace. Fu perduto: ella fece un piccolo gesto d'ira. Giuocò di nuovo e perdette; allora si rovesciò all'indietro, sopra la spalliera della seggiola ed un po' contro la mia spalla. Su l'abito mi restò il segno bianco della cipria che aveva su la scollatura.

Una signora molto dipinta, che le sedeva presso, tutta ricciuta di capelli rimessi, con le labbra sovraccariche di rossetto, e che ogni tanto ci guardava sorridendo, le disse, con una smorfia di malcontento che fece tremolare la sua faccia pingue:

— Ora il banchiere si mette ad aver fortuna; non giocate più.

Ella scosse le spalle senza risponderle: giocò un'altra [pg!201] volta e perdette. Allora chinandosi un poco, mi confidò sottovoce: