— Nulla... Tocco la rosa perch'essa mi porti fortuna. Ho la superstizione dei fiori.

Diedi le carte e perdetti. Nacque sùbito fra l'Ainardi e il Sabbatini, i soci di prima, una discussione su la precedenza delle poste. Purtroppo le alleanze di giuoco non sono che tregue armate.

Si discusse a lungo, finchè intervenne il rubicondo e calvo marchese Della Pergola per fare una sfuriata. Nonostante il suo spirito conciliativo, era fra quegli uomini che giuocano con raccoglimento, e non ammetteva che si [pg!22] potesse tanto cicalare davanti alla sacra maestà delle carte da giuoco.

Infine quel diverbio si compose. Diedi ancora tre volte il colpo e tre volte perdetti.

Guardai di nuovo l'Albanese, toccando il fiore e risi.

— Non serve! — egli scherzò con ironia, facendo pompa de' suoi guadagni.

— Servirà.

Cambiai mazzo, e con esso la sorte. In breve raccolsi tutto il denaro de' miei competitori e persino riuscii a vincere due volte la rara posta del conte Anghilieri. Egli borbottò qualcosa dietro il giornale, poi si mise a rasciugar gli occhiali.

Ed io, tolta la rosa dall'occhiello, piacevolmente la posai vicino alle carte. Guardai l'Albanese e risi.

Continuammo. La fortuna non mi lasciò. Molti si esasperavano: l'Albanese, mettendosi e togliendosi nervosamente l'occhialetto, mi fissava con animosità, poich'era fra quelli che giuocano contro il denaro e contro le persone insieme.