— Se tace, vuol dire che sta cercando.

— Secondo me vuol dire che non gli riesce di trovarmi denaro. Dio!... che vita miserevole!

— Povero amico... — ella mormorò, con la voce di una buona sorella.

— Oh, tu non puoi comprendere che pena sia la miseria per un uomo il quale non conobbe mai la vergogna del chiedere!

— Lo immagino purtroppo, Germano. Se ti potessi aiutare! Non sai quanto vi penso. Ma per ora guadagno così poco!

Le tesi una mano, con amicizia, per ringraziarla.

— Sei buona, Elena: ma non devi nemmeno pensare a queste cose. Poi non si tratta solo di denaro; il male è più profondo. E un avvilimento che neanche la ricchezza potrebbe ormai guarire. E con te sono ingiusto, lo so. Ti torturo, quando potresti essere felice.... Ma devi comprendere e perdonare la mia esasperazione.

— Non ti ho mai detto nulla, io.

— Sì, tu sei molto buona, molto buona, ma non basta.... Io sento troppo che non mi appartieni più. Sei del tuo teatro adesso. Sei di tutti quelli che vanno in visibilio quando solo appari su la scena. Gli attori ti toccano, ti prendono fra le braccia... e sei l'amante mia! l'amante di un uomo che s'è ridotto a fare il cane da guardia! Come tutto questo è comico, Elena mia... comico fino alla vergogna!

— Perchè mi parli così? Non lo abbiamo forse desiderato insieme? Potevi anche impedirmelo fin dal principio, e mi sarei certo rassegnata. Ma ora non posso fare altrimenti; è l'arte che vuole così.