La strada fino ai Campi Elisei era quasi deserta; un profumo di tigli e di timi olezzava da nascosti giardini.

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XI

I facchini si caricarono i bauli su le spalle, con fatica, e li portarono giù per le scale. Dalla finestra noi li vedemmo posare sul carro, che mosse barcollando per la strada, fino allo svolto, e scomparve. Stavamo stretti l'uno all'altro, percorsi da un freddo brivido in ogni vena, senza poterci parlare, senza poterci guardare. Avevamo negli occhi entrambi l'ardore della notte insonne, di cui mi sovvenivano i baci e le lacrime come la memoria di una complicità indistruttibile.

Tutto quel giorno contammo il tempo che passava, muti, gelidi, come se in quel giorno finisse la vita. Poi s'intese l'orologio a pendolo nella sala da pranzo battere cinque pesanti colpi, e ci guardammo nel viso percossi dallo stesso pensiero.

«L'ultima, l'ultima ora...» La presi nelle braccia e la strinsi così forte che le dovetti far male; con le labbra aride ci baciammo fino al dolore, quasi per comunicarci nel respiro l'anima. Era stato ancora un giorno di sole; ora, su l'imbrunire, vaste nubi scalavano l'orizzonte, sfioccandosi per l'aria, tra un fresco odore d'acqua vicina.

Senza dirci nulla, entrambi andammo nella sua camera; ella si mise un cappello nero guernito di rose, coprendosi la faccia con un velo fitto, e s'appoggiò con il dosso alla specchiera dell'armadio per mettersi i guanti. Una rosa che le pendeva giù dal cappello, su l'ala, da un lato, si guardava nello specchio, tutta sbocciata e vasta, tremolando ad ogni movimento che facevano le sue dita nell'abbottonare i guanti. Per aver libere le mani, teneva un manicotto di lontra chiuso tra le ginocchia, in un solco [pg!279] della gonna, e il brillare delle sue scarpine appariva di sotto la balza, con un riflesso fermo.

La prima volta ch'era venuta nella mia casa di Roma, s'era messa così contro il camino, ed anche allora portava un velo fitto perchè non la riconoscessero per via.

La guardavo trasognato, credendo ancora, per una aberrazione ultima, che un altro partisse, non io, che un'altra donna m'accompagnasse, non lei.

Venne Clara e mi portò il cappello, il soprabito, mi diede anche un piccolo involto, forse un oggetto dimenticato. Presi ogni cosa macchinalmente, guardai da una stanza nell'altra, come per raccogliere di tutte la memoria ultima, guardai e vidi ogni cosa, tutte le più piccole cose: mi sentii vacillare ad ogni passo, e giunsi con Elena fino alla soglia di casa. Clara ci aveva seguiti, ma non osava parlare. Stavo già sul pianerottolo, quand'ella mi disse timidamente: