Dalla veranda, che avevo aperta, soffiavano gli aliti della sera; un profumo di tigli e di timi odorava da nascosti giardini. Uscimmo sul terrazzo, ci appoggiammo a lato su la ringhiera: in alto scintillavano le stelle infinite.

— Che farai senza di me? — le chiesi ancora. Giungeva dai Campi Elisei, or forte, or tenue, sul vento, [pg!277] un frastuono di liete orchestre serali; molti lumi tralucevano entro il nereggiare degli alberi, ininterrottamente, dando a quel lembo di città l'aspetto d'una fiera notturna, che brillasse nella confusa distanza.

— Che bella notte! — esclamai. — Che triste bellezza mandano tutte le cose quando si deve partire!

Salivano canzoni di gioia, tra le folate d'aria.

— Non senti come tutti sono allegri?... Cantano, ridono, gli altri!... Possono ridere, possono amare, mentre noi....

Dallo sbocco della strada, fra due lampioni quasi fosforescenti, si vedevano passare carrozze, vetture, l'una dietro l'altra, senza tregua, con la lentezza di un corteo.

Subitamente mi afferrò il desiderio di confondermi anch'io, di perdermi anch'io, per l'ultima volta, con la donna che amavo, tra quella gente spensierata, in mezzo a quella città di piacere che suscita implacabili crudeltà e smoderate ambizioni.

— Usciamo, — le proposi. — Mettiti un cappello e vieni con me: qui si muore!

— E là?... — diss'ella semplicemente.

— Là si canta, c'è molta luce, molto riso... Vieni, ho voglia di stordirmi, di ridere anch'io!...