Il treno che mi portò verso Roma, quasi mi diede l'impressione di farmi percorrere una terra sconosciuta.
Trasognato guardavo. E le strade bianche dall'Appennino selvoso mi parevano strade ignote, ignote le città biancheggianti tra i primi chiarori dell'alba, e la malsana Maremma e le fuggenti, popolose di bufali, praterie della Campagna. Nell'aurora, mentre la primavera laziale metteva sopra tutte le cose un colore indefinibile di eternità, lontana e raggiante Roma mi apparve, Roma dalle cento basiliche, simile a una grande isola, tutta bianca di palazzi, che stupendamente apparisse fuor da un oceano di vapori.
Quando vi giunsi, eran le undici del mattino; l'aria limpida balenava nella Fontana di Termini.
Oh, viaggio indimenticabile, dovess'io vivere mill'anni!
Scesi. I miei passi erano grevi come se nelle vene mi pesasse l'inerzia d'una estenuante fatica; dentro il cervello stordito continuava il rombar del treno come un'eco dolorosa. Una stupefazione grande attutiva in me l'acutezza della mia pena e fui come lo straniero che dopo anni di pellegrinaggio, faccia ritorno alla sua casa natale, ma più s'inoltri e più tema, davanti al pensiero di trovarla deserta.
Mi sorprese il linguaggio che la gente parlava, mi sorpresero i lor gesti e l'aspetto delle contrade note.
Ritornavo, ma non ero più che l'ombra di me stesso: anzi un estraneo solamente, un triste caduto; ritornavo con l'anima inerte, fasciata in un immenso dolore. Nella città ch'era stata mia, or m'attendevano sguardi curiosi [pg!286] e cuori chiusi, nella città stessa ove il mio fasto mi aveva data una effimera gloria e la mia vita era stata un esempio per molti.
Non avevo avvertito alcuno del mio giungere, neanche Fabio perchè un poco di solitudine mi sarebbe stata necessaria in quel primo ritorno. A Ludovico, il mio domestico, non avevo potuto scrivere, ignorando se avesse preso in quel frattempo un altro servizio; e così dovetti scendere all'albergo. Le vetture da forestieri attendevano allineate; mentre ne scorrevo le insegne, un conduttore mi si avvicinò, salutandomi garbatamente:
— Ben tornato, signor conte. Mancava già da un pezzo!
Sul berretto, a cifre d'oro, portava il nome dell'albergo nel quale aveva dimorato Elena durante il suo soggiorno a Roma.