Il ventesimo giorno dopo l'arrivo a Torre Guelfa, mentre desinavo, uno svenimento mi colse. La figlia di Lazzaro, impaurita, corse a chiamare il padre ed altri familiari. Mi portarono a letto e vi giacqui per cinquanta giorni, arso da una febbre tenace, invincibile, che ogni tanto sostava, per riprendere di lì a breve con maggiore accanimento.

Il medico di Terracina pareva molto irresoluto nel far la sua diagnosi; parlava di sintomi delle febbri malariche o palustri, poi se ne mostrava dubitoso: fece il nome di malattie nervose complicate e strane, ma per quanto si cavillasse la mente, nulla poteva contro il mio male. Venne un professore da Roma e disse con maggior pompa le medesime cose incerte; mi trovò esaurito di spirito e di corpo, in uno stato lamentevole di eccitabilità, mi domandò [pg!299] anche se avessi avuto un dolore od una preoccupazione intensa... Disse che, appena combattuta la febbre, avrei dovuto da me stesso rimediare al resto, vincendo la mia svogliatezza, distraendomi, cacciando le idee nere.

In quel tempo desiderai di morire; lo desiderai con la medesima voluttà profonda che avevo messa nell'amare la vita; provavo l'impressione di un annegamento continuo; la forza degli altri e delle cose avverse mi pareva crescere a dismisura, la mia, farsi piccola ed inane. Mi esecravo; non avevo alcuna fede, alcuna speranza in me. E su tutto navigava quel profumo di amor perduto, come, da una lontananza chimerica, il sogno di giovinezza che può sorridere ai morenti. Questa era la sola cosa che sapesse darmi ancora un fremito e potesse infondere nel mio tormento una soave malinconia.

Intorno, la terra e il cielo intiepidivano di primavera; dalle campagne udivo cantare; i venti della sera mi portavano tutte le saturazioni della giornata feconda. Sognavo, come nell'estasi d'un sogno remoto, la mia donna e le parole che avevo udite da lei.

Venne a curarmi Ludovico, e Fabio venne pure; mi assistette per circa un mese, fu amorevole, intuì meglio di chiunque altro l'origine del mio male. A lui, nel delirio della febbre, raccontavo le cose più pazze, pregandolo che andasse via, che mi lasciasse morir solo; e l'amico dolce come un fratello sapeva trovar le parole atte a rendermi un poco di serenità.

Ma era mutato anch'egli: quel matrimonio d'Edoarda aveva interamente scomposto l'ordine della sua vita. Ora si faceva bisbetico, sarcastico, talora taciturno. O cuore incomprensibile dell'uomo, chi mai ti potrà conoscere?

Lentamente guarii. Appena vinta la febbre, mi trassero fuori dalle coltri, mi sedettero all'aperto, tra i fiori, tra il verde. Cominciò gradatamente una giovinezza nuova, con le forze che rinvigorivano, con l'anima che si dilatava nella serenità circostante. Fabio era partito; avevo come soli compagni il medico di Terracina, Ludovico, Lazzaro, i suoi figli ed i villici della fattoria, gente onestamente [pg!300] rude che insegna l'amore della vita sana. Lunga e voluttuosa fu la convalescenza; tutte le cose più semplici, che la nostra sensibilità esperta non percepisce più, mi ferivano in quel rinascere; tutte le gioie tornavano, stillando come favi di miele nel sangue avido, ad una ad una. Colei che avevo amata, che amavo, era nell'intimo del mio cuore come un gioiello ben custodito, e provavo la voluttà di avere sofferto, io, che nella vita ero passato aridamente, senza vere passioni. Mi pareva d'essermi redento con questo amore doloroso. In tutte le immagini belle, che davan musica e luce alla mia vita nova, ella passava come una trasfigurazione, lasciando cadere intorno a sè fiori di rimembranza e di speranza, parole udite, sorrisi.

Quando mi fui del tutto rimesso in forze, partii. Batteva l'estate piena, con accecanti sfarzi di sole e pleniluni chiari come albe, al cantar delle fontane.

Andai direttamente a Parigi; volevo ritrovar Elena, parlarle od almeno vederla. Ma non v'era. Mi dissero al suo teatro ch'era partita circa un mese prima e non sapevano per dove. Sarebbe tornata l'autunno. La mia gioia si smorzò come per incanto, mi sentii più solo, quasi che la lontananza fra noi fosse immensamente cresciuta. Andai a riveder la nostra casa e riconobbi dalle finestre i segni d'altri abitatori. Di questo amore, ch'era pur stato così grande, non rimaneva più nessuna visibile traccia; le cose, la distanza, il tempo, scorrevano sovr'esso con una indifferenza crudele. Volli ritrovar Elia, ma era partito egli pure, cosicchè, per non lasciarmi vincere dallo sconforto, cercai la gente, il rumore, la musica, i ritrovi lieti, le donne gaie, le spiagge popolate. Fui ad Ostenda per oltre un mese, indi visitai Trouville, Boulogne sur Mer, Vichy, Aix; avevo un poco di denaro con me, giocavo temerariamente, vincevo.

Verso il principio del Settembre scrissi a Parigi per sapere se fosse tornata; mi fu risposto che non avevano alcuna sua notizia. M'incontrai allora con alcuni amici che andavano a Montecarlo e questi mi decisero a seguirli.