[pg!301] Che dolce autunno, giù per le colline inclinevoli, per i promontori selvosi, davanti a quel mare pigro, che oscilla, mentre le vele dei navigli erratici se ne vanno via, gonfie di vento, sfarzose di luce, leggere come petali di rose cadute sopra una fontana. Oh, averla meco, sotto la curva di quel cielo troppo azzurro, e camminar tra i palmizi onusti di grappoli quasi biondi, sotto i boschi d'ulivi che scoloriscono quando passa il vento, e guardar dai cancelli, sovra i muricciuoli dei poderi, nel folto degli aranceti, pendere i bei frutti d'oro!
V'era poca gente ancora; gli alberghi, aprendosi ad uno ad uno, cominciavano a lustrar gli specchi per la stagione prossima, i giardinieri a rifar l'aiole, i verniciatori a rinfrescar le insegne. Quegli amici che mi avevano condotto, ripartirono, stanchi della mala sorte; io, per pigrizia, rimasi.
Cominciai con perdere, lentamente, ogni giorno. Ma una sera che tornavo da una gita in automobile, verso l'ora del pranzo, entrai svogliatamente nelle sale da giuoco, non sapendo che fare. Le tavole quasi eran deserte; ancora faceva caldo; gli impiegati sonnacchiosi, oppressi dal tedio, sbadigliavan o mormoravano tra loro. Una signorina bionda e anemica, la quale soleva spesso darmi consigli, mi disse, venendomi vicino e facendo sonare la sua borsetta piena d'oro:
— È la giornata del 26: giocatelo!
In quel momento, ad una «roulette» poco discosta, capitò che annunziassero proprio il numero 26.
— Vedete? — ella fece ridendo, e uscì.
Avevo poco denaro in tasca; m'accostai ad un'altra tavola, presi un gruzzolo d'oro e lo misi al 26. Uscì proprio questo numero, ed io lasciai tutto il guadagno su le varie combinazioni del 26. Ripeterono lo stesso numero, ed in capo d'un'ora, facendo lo stesso gioco su varie tavole, ero giunto a vincere oltre cinquantamila lire.
La signorina bionda e anemica bevve quella sera molto Sciampagna, disse molte corbellerie e volle che l'accompagnassi a casa — per slacciarle il busto.
[pg!302] Da quella sera in poi non feci che vincere ogni giorno, senza interruzione, con una facilità che stupiva me stesso.
Dopo varie settimane mi trovai possessore di una somma notevole, e, non volendo riperderla, mi recai a Parigi per attendere il ritorno di Elena. In quei giorni appunto ell'aveva scritto da Ginevra al direttore del suo teatro, dicendosi malata e chiedendogli ancora un mese o due di riposo. Corsi a Ginevra, ed all'albergo dal quale aveva scritto mi risposero ch'era partita pochi giorni prima, non sapevano per dove.