Solo, triste, torturato da mille dubbi, roso dall'impazienza, tornai a Parigi, dove tutte le sere andavo al suo teatro, quasi per essere più vicino a lei.
Elia — mi dissero — dall'Egitto era andato in America. S'avvicinava l'inverno; pioveva quasi ogni giorno; tutto mi pareva lugubre, tedioso. Accarezzavo intanto il mio sogno con gelosia; pensavo che saremmo tornati a vivere insieme, per sempre questa volta; con il denaro vinto mi sarei messo a trafficare in Borsa prudentemente; si avrebbe insieme guadagnato abbastanza da essere felici.
Poi, quando fossi tornato ricco, l'avrei indotta a lasciare il teatro, avrei forse comprata una villetta nei dintorni di Parigi, un'automobile per venire in città; forse, col tempo, l'avrei sposata. L'estate si sarebbe andati a Torre Guelfa, o si avrebbe viaggiato, secondo la sua preferenza: dal nostro amore sarebbe nato qualche bimbo ed avrei conosciuta io pure la gioia della famiglia, la tranquilla poesia del focolare. Immaginavo di raccontarle queste cose, vincendo a poco a poco la sua riluttanza, facendomi perdonare il passato, con la dolcezza delle mie parole. Per ingannare il tempo, andavo alle agenzie domandando quali case vi fossero da affittare; sceglievo questa o quella nel mio pensiero, dicendo che presto mi sarei risoluto. Le comperavo molti piccoli regali, curavo la mia persona, cercavo di rammentarmi i suoi più piccoli desiderii.
Finalmente giunse. Me lo dissero al suo teatro, una [pg!303] sera, dopo lo spettacolo. Il cuore mi tremò; avrei voluto correre da lei sùbito, senza tardare un attimo. Era scesa nella «Rue Castiglione», all'albergo dello stesso nome, poichè aveva lasciata la sua casa. Uscii dal teatro con le vene che mi battevano forte, la mente smarrita, un po' ebro.
Era una notte freddissima; nevicava. Il vento faceva turbinare i fiocchi larghi e fitti intorno alle chiostre dei lampioni, che ad intervalli uguali accendevano di chiarori abbacinanti la neve uniforme. Presi una vettura e mi feci condurre in Piazza Vendôme; là scési. Al sommo, il grande monumento napoleonico era coperto d'una cappa candida, come un solitario pino; la piazza quadrata biancheggiava in tutta la sua vastità, traversata nel mezzo dalle vetture opposte, che parevano affondarvi senza strepito.
Gli spazzatori, curvi e pigri, ammucchiavano inutilmente la neve. Mi cacciai sotto il portico della «Rue Castiglione», giunsi fin rimpetto all'albergo e mi fermai sotto un'arcata. Il vento invernale, a raffiche, m'investiva, picchiettandomi co' suoi pulviscoli di neve ghiacciata, pungenti come grandine; ma un desiderio invincibile mi tratteneva lì, fermo, a guardare le finestre illuminate dell'albergo, forse per indovinare quale, fra tante, fosse la sua. Vedevo talvolta sui chiari vetri delinearsi qualche rapida ombra, e sparire, ma in nessuna potevo riconoscere la sua; v'erano anche molte finestre chiuse. Dopo aver esitato a lungo, traversai la strada, entrai nell'albergo. Un custode notturno vigilava nell'atrio; si levò, mi venne a domandare che volessi. Risposi che mi premeva di sapere se la signora Elena de W. fosse giunta in quel giorno all'albergo. L'uomo, di malumore, dopo avermi squadrato, mi rispose che non sapeva. Lo indussi ad una maggiore cortesia, dissipando con il rumore di qualche moneta il sonno che l'opprimeva.
— Com'è il nome? — mi domandò allora. Lo ripetei.
— Ora guardo, signore. — Andò ad una scrivania e si mise a scartabellare un registro.
[pg!304] — Di fatti, — rispose. — È arrivata oggi nel pomeriggio. Adesso mi ricordo. È una signora alta, bionda, non è vero?
— Appunto. E sapete se sia già rincasata?