— La signora Elena de W.

— È uscita, — mi disse con una irritante urbanità. — Uscita verso le dieci.

— E non ha lasciato detto nulla?

— Nulla.

Rimasi un momento perplesso.

— Non sapete se le abbiano consegnato stamane un biglietto che ieri sera ho lasciato per lei?

— Sì, difatti; me lo diede il portiere di notte, e lo mandai.

— Bene: aspetterò.

[pg!305] — Prego, s'accomodi.

Tolsi da un tavolino un giornale, e sedetti in fondo all'atrio in guisa da sorvegliar l'entrata. Ma trepidavo; mille dubbi mi stringevano; ad ogni persona che vedevo sopraggiungere il cuore mi dava un sobbalzo. E le sfere d'un orologio a muro, che mi stava di fronte, camminavano sul quadrante con una lentezza mortale. Segnarono il quarto, la mezza, i tre quarti... Allora sorsi, mi pareva d'esser ridicolo, non potevo più contenermi. Andai verso il portone spingendo lo sguardo fra la gente, nelle due direzioni del portico; uscii nella strada, spiando le vetture; mi detti a camminare, avanti, indietro, nervosamente. Facevo col pensiero le più disparate ipotesi, risolvevo di andarmene, immaginavo di scriverle una lunga lettera, ed in tutte le signore che apparivano ancor lontane, mi pareva d'averla riconosciuta. Quando fu trascorsa un'altra mezz'ora, entrai di nuovo nell'albergo e lasciai un altro biglietto, scrivendole semplicemente che sarei tornato verso l'ora del pranzo, alle sette.