— La signora le manderà sùbito la risposta.

— Grazie.

Presi la penna e mi diedi a scarabocchiar linee sopra un foglio di carta. Egli rassettò alcuni tavolini, accese un'altra lampada, uscì.

La fanciulla ed il vecchio, come automi, continuavano, ella a scrivere, egli a tremare. Io, macchinalmente, osservavo i disegni tracciati dalla mia penna, e quando non avevo più inchiostro la intingevo nel calamaio con un movimento nervoso. Mi sentivo in ogni vena pervadere [pg!307] da un'angoscia irrequieta e non potevo muovermi; avrei voluto correre su per le scale, giungere alla sua porta, entrare, vederla, inginocchiarmi o percuoterla... Mi sentivo male: avrei anche voluto fuggire. La lampadina che avevo davanti agli occhi m'ipnotizzava come un puro brillante.

D'un tratto, dietro l'uscio, intesi lo strepito leggero d'una gonna; levai gli occhi, le due portiere vetrate s'apersero, ed una donna, che non riconobbi sùbito, mi venne incontro, sorrise.

— Elena!... — balbettai come in sogno, e balzai diritto, senza potermi avanzare. In un momento di oscura vertigine, senza chiudere gli occhi, non vidi più nulla nemmeno lei, e quando li riapersi eravamo vicini, ci guardavamo, volevamo parlare, anch'ella un poco impallidita, con i medesimi capelli color del bronzo e dell'oro antico, le pupille stupite, una bellezza immateriale nel viso, lei, lei, quella che avevo amata, quella che avevo invocata nelle mie notti di delirio, lei che si chiamava Elena!...

— Grazie, — le mormorai, — grazie! Non vi aspettavo... non ti aspettavo più.... È stata una cosa indicibile!

Le tesi una mano, ella mi porse la sua, rapidamente, poi la ritrasse; ci sedemmo. Il vecchio e la fanciulla non avevano forse neppure levata la testa.

— Ebbene? — domandò ella, un po' titubante.

— Non mi volevi più rivedere?... — le dissi piano, guardandola come per ricuperare la visione della sua bellezza.