— Già!

— In questo caso mi sarà più facile.

— Poi, ti ripeto, ci potremmo intendere su tutto. Gli affari li tenteremo anche a metà, se credi.

— Insomma, ne ragioneremo; ti prometto che ne ragioneremo, — fece con intendimento.

— Bada che ci conto.

— È inteso. Ed ora ti prego di rimanere a colazione; voglio farti conoscere mia moglie.

— Grazie, volentieri.

Sua moglie infatti era una donna che valeva la pena d'essere conosciuta. Alta e bionda, con gli occhi un po' tinti, le mani troppo inanellate, vestiva con eleganza, discorreva con spigliatezza. Durante la colazione si parlò di cose molto superficiali; notizie concernenti gli amici che avevo perduti di vista e le brighe diverse ch'essi avevano con le loro famiglie, con i lor patrimoni o con le loro amanti. Egli mi raccontò della sua vita, io della mia, senza dirci entrambi una parola di verità, come avviene molto spesso. Dopo la colazione il Mariani uscì subito, per faccende che gli premevano; io rimasi un poco a discorrere con la signora. Parlava di suo marito con una indulgenza un po' ironica, e di sè stessa come d'una incompresa. Portava una camicetta di pizzo che lasciava scoperte le sue braccia fino al gomito, e quelle braccia erano bellissime; la sua gola, tra le sforacchiature del pizzo, biancheggiava tonda e piena. Si era fatta ondulare i capelli e portava qualche ricciolo rimesso. Mi diceva di ricordarsi [pg!325] ancora, dal tempo in cui era fanciulla e andava con sua madre al Pincio, di avermi veduto guidare «i più bei cavalli di Roma».

— C'è a Parigi, — le dicevo a mia volta — un'attrice che vi somiglia in modo sorprendente. Ne avrete forse inteso parlare: Margot de Sèvres.

— Oh certo! Ne ho veduto anche il ritratto in una rivista. Ma è un complimento che mi fate!