Fresco ed ilare, per quella giocondità della primavera laziale, ero uscito di buon'ora montando per la prima volta Bluff, il mio nuovissimo irlandese dal mantello sauro focato, con il muso e le balzane d'un color candido come la neve.

Due mazzi di baccarà eccezionali mi avevano permesso di comperare questo ammirevole cavallo, giunto fresco fresco dall'Irlanda e conteso con sforzi eroici all'imberbe quanto milionario Stefanuccio Gola, che, non essendosi ancora potuto liberare da una fastidiosa inabilitazione, m'aveva dovuto cedere sul prezzo. Bluff era un superbo animale, dalla criniera folta, le reni spaziose, il petto robusto, saltatore agilissimo e galoppatore instancabile.

Stretto nella mia giubba rossa, recandomi di buon trotto al «meet», mi pareva d'essere tornato il gentiluomo d'una volta, intrepido a tutte le macerie, spavaldo in sella come se ci fossi nato. E la vita, quella mattina, mi piaceva ancora.

Giunsi, mentre il master prendeva il galoppo seguito dai cani, facendo squillare nitidamente il corno da caccia.

Il «meet» era frequentatissimo. Vidi Piero de Luca in sella d'un puro-sangue irrequieto come una gazzella e intesi donna Maria Monsélice, amazzone ammiratissima, dirgli con tono d'intenditrice:

— Long Tail non vi farà il percorso, barone, e voi rischiate di rompervi il collo. Spero che girerete le macerie.

[pg!343] Il De Luca, sorridendo come un uomo indurito alle avventure della sella, rispose:

— Tutt'altro! È una scommessa, Donna Maria, e sono ben sicuro di vincere.

— Sarebbe veramente peccato rovinare questo bel puro-sangue in una caccia.

— Long Tail ha un'andatura infernale, ma non rifiuta nessun ostacolo; se permettete, vi seguirò da vicino, senza lasciargli prendere la mano.