— Prima di tutto — risposi, — questi non sono regali che si possono accettare. L'avrei rifiutato anche allora. Del resto, eravamo fidanzati; e poi, una volta... ma Dio buono, perchè me lo vuoi far dire?... è una sciocchezza!
— Bene, dilla.
— Una volta, insomma, ero più ricco! Adesso mi pare...
— Oh, come sei ruvido! Perchè dici queste cose? Vedi, sei tu che mi offendi!
Lasciò cadere il gomito che la reggeva e nascose la fronte contro la mia spalla. Dagli interstizi delle tendine filtravano lame di sole, polverose.
— Sei sempre lo stesso! — continuò. — Chi pensa a queste cose facendo un regalo? Certo non te l'avrei potuto comperare, perchè se ne sarebbero forse avveduti; ma lo avevo; era un gioiello che tenevo caro, e per questo appunto mi piace che lo abbi tu. Te l'ho fatto solamente rilegare. Vedi, e sapevo bene la misura del tuo dito. Hai l'anulare appena un poco più grosso del mio póllice... Senti: rimane mio, se vuoi, ma pórtalo tu, sii buono!
E le sue labbra mi passavano sotto la gola, su la bocca, su la fronte, con soavità. Una sottana di seta, su la spalliera [pg!377] d'una seggiola, percossa da una freccia di sole mandava sprazzi irridescenti, come fosse d'oro.
— Che bimba! che bimba! — esclamai, carezzandole i capelli.
— Ecco, — ella disse con voce addolorata, — invece di farti piacere, ti ho reso triste... Che brutto carattere hai! Non si può dunque farti un regalo? E sono certa che se domani, per esempio, tu avessi un fastidio qualsiasi, andresti chissà da chi piuttosto che dirlo a me.
— Oh, questo poi è naturale! — esclamai ridendo.