— Quand'è così, — feci — spiegatevi pure.
— Permettete che mi sieda? — ella domandò in tono di celia.
— Ve ne prego.
— E che mi tolga la pelliccia? i guanti? il cappello?
— Ve ne prego, — ripetei con la stessa urbanità.
— E che vi chieda un bacio? un bacio su la punta delle dita?
Mi tese una piccola mano, senz'anelli, con l'unghie rosee, finemente curate, ove le mie labbra indugiarono con voluttà, poich'era tepida e morbida come una soave piuma.
— Ecco, — ella fece, sedendo presso il caminetto e ravviando i suoi capelli, d'un bel colore d'oro e di bronzo antico, fusi per comporre insieme una maravigliosa luce, — ecco: vi aspetterete chissà quale confessione, chissà quale complicatissima storia... Invece una causa molto semplice: avevo dimenticato. Leggevo anch'io, vicino al fuoco, un libro molto bello, e mi ricordai dell'ora solo quando fu, come voi dite, un poco tardi.
Mi guardò col suo riso impertinente, in cui erano tutte le grazie e tutte le insensibilità.
Una pausa lunga; ella si leva, guarda i fiori che stanno in un grande vaso d'argento e trascolorano al riverbero del fuoco, sceglie una pallida rosa e la pone alla sua cintura. Io accendo una sigaretta, la decima forse dalle quattro e mezzo in poi; Ludovico reca il vassoio del tè: ci sediamo entrambi, aspirando il vaporoso aroma della bevanda profumata.