Tu, per esempio, hai una bella corporatura, sei d'ómeri quadrati ed hai un incedere maestoso... avresti potuto con indifferenza fare il carabiniere, il portiere d'un palazzo, che so io? il custode d'una fabbrica, e perchè no? magari il secondino in un reclusorio. Invece, nient'affatto! Un bel giorno ti sei sentito spinto verso le pompe funebri e ti è piaciuto affrontare la vita nella triste qualità del beccamorto.
Può darsi che la familiarità con la quale tu avvicini e maneggi il cadavere, senz'ombra di quella paura ch'esso incute ai pavidi mortali, ti dia su la comune folla degli uomini un senso quasi di potenza e di coraggiosa virilità. Inoltre il mestiere ha i suoi lati buoni; si ha da fare coi preti, che son gente accorta, si va per le case altrui, sbirciando nel cuore delle famiglie; la fatica, se talvolta è gravosa, in compenso non è lunga, e, mentre tutte [pg!399] l'altre industrie possono allentarsi o far difetto all'operaio, quella delle sepolture non varia, e di morti ve ne son tanti ogni giorno, ricchi e poveri, dappertutto.
Nella mia casa, quando verrai a prendermi, sarai trattato coi dovuti riguardi, ed il mio maggiordomo, ch'è una persona ospitale, ti darà certo un buon calice da tracannare. In questo modo io sarò per te un di que' morti coi quali occorrono, è vero, molte cerimonie, ma che hanno il merito in compenso di abbandonare un'ottima cantina. E terrai a mente la casa, come una di quelle ove sarebbe opportuno si morisse di frequente.
Orbene, senza che tu neppure te n'accorga, io ti farò dalla morte le mie confessioni estreme.
«Brav'uomo, — ti dirò, senza muovere la bocca suggellata, — brav'uomo, fa piano! e bada che non cápita spesso ad un volgare becchino par tuo di mettere sotto la terra un uomo quale io fui. In verità sono stato un inutile; ho avuti alcuni desiderii grandi, che nel mio cuore inane si spensero come incendi effimeri di festuche in un campo, brillarono e caddero come il razzo vanaglorioso d'un fuoco artificiale.
Poichè dietro me strisciava il senso della universale inutilità, l'odio per le cose piccole, senza il fervore per le grandi, e mi sono cullato nelle braccia della fortuna come sopra una insommergibile nave.
La vita, quand'essa mi piacque, me la ghermii come un'amante barbara; quando n'ebbi tutto spremuto il natural piacere, ancora me ne saziai come d'una invereconda cortigiana. Sono stato con allegrezza uno sciupatore indolente, un magnifico dissipatore di tutti quei beni ch'ella mi diede in retaggio, e se non volli insignorirmi d'alcuna sua podestà, fu solo perchè il dominio mi parve una fatica inutile.
Questa, becchino, è la sintesi di tutto: «Inutile.» Questa è la parola ch'io vidi splendere su la totale conoscenza della vita, come un disperato limite, che invano tentai di varcare.
Talvolta mi resse nondimeno quella superiore coscienza [pg!400] della propria elevazione che alimenta il fervore dei mistici e dei tiranni; sebbene il mio spirito fosse pieno d'esilio come un oceano lo è di lontananza, e di vento e d'ombra una fredda solitudine.
Sì, becchino, queste orgogliose parole non ti faccian sorridere. Provengon da un'oscura fede nella mia potenza, da un ingenito senso della mia diversità, la quale mi collocava, per una specie d'inerte potere, al di sopra della turba, e di là, senz'alcuna grandezza, guardavo tuttavia nel mondo come da un'altura. Poichè non la mia vita vissi, ma quella, forse dispregevole, del mio nemico interiore.