Orsù amici! Sono ancora quel patrizio romano che vi stupiva con le sue liberalità; ho ancora banchetti sontuosi da offrire all'ingordigia dei parassiti, lucenti sale da schiudere agli ozi delle mie clientele; ho ancora eleganze da insegnare, denaro da spendere, ottimi cavalli da cavalcare, magnifici cocchi sui quali trascinarvi nei viali delle profumate ville romane, mentre lontano, al vento, si disperderà in un leggero nembo di polvere il confuso rumor d'applausi e l'ira delle attonite platee...

La casa Guelfo ha riscattata la signoria che i suoi maggiori le avevan tramandata per secoli di splendore; sul pennone di Torre Guelfa sventola il vessillo antico signoreggiando l'aria verso il monte e verso il mare.

Il feudo è risorto; le terre, libere d'ogni gravezza, [pg!402] ricomperate o rivendicate, biondeggiano di folte messi e maturano vigne al sole; ancora, quando passo, calco la terra mia. E perchè non perisca il mio nome — la cosa più bella che portai, — da due anni aspetto con impazienza l'erede.

La buona sorte, mia fedele amica, mi ha dunque tutto recato, anche — bisogna credere — la felicità. Solo, di quando in quando, nelle ore di solitudine, viene a sedermi sulle ginocchia una piccola sconosciuta, e mi butta le braccia intorno al collo, rovesciando la sua testolina bionda, e parla, e parla, e sorride, la mia bambina di laggiù...

Allora sorgo in fretta, faccio attaccare a quattro redini la pariglia saura con i morelli di tre balzane, ed esco guidando la quadriglia, che scalpita per l'acciottolato.

Su l'arco del palazzo Laurenzano splende l'arma dei Guelfo di Materdomini; ed il suo motto dice:

«Placet, si vis, Domine.»

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FINE

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