Erano circa le sei della sera quando giunsi all'albergo di Elena con la notizia gioconda nel cuore. Avevo tardato alcuni giorni ad annunziarle i miei propositi, perchè temevo ancora ch'ella rifiutasse. Ma quel giorno volevo dirle ch'ero vicino a sciogliermi da tutte le catene, che potevamo appartenerci, liberi e soli, andando per alcun tempo a chiudere il nostro amore nell'antica solitudine di Torre Guelfa.

Salii frettolosamente le scale, battei due colpi rapidi alla sua porta: nessuno rispose.

Allora sospinsi l'uscio ed entrai. La stanza era vuota; rimaneva nell'aria il profumo di lei come una presenza invisibile.

— Uscita? — pensai. — E dove, a quest'ora?

M'avanzai nella camera, lentamente, quasi per indovinare. Sopra un baule c'era un abito smesso; una camicetta di pizzo ed un manicotto in una scatola aperta. Su le coltri, nel guanciale, rimaneva il solco della sua persona, come se vi avesse giaciuto; a piè del letto era un cappello con due grandi ali bianche, ed un velo ancor appuntato all'intorno.

Sopra la pettiniera, fra molti oggetti femminili, un telegramma lacerato a metà, l'altra metà a terra. Ebbi la tentazione di leggerlo, poi la cosa mi parve indiscreta. Ascoltai presso l'uscio: nessun rumore. Un poco arrossendo, quantunque non veduto, raccolsi le due carte lacere, le raccostai. Ma nella penombra del crepuscolo, dovetti avvicinarmi alla finestra e sollevare una tendina. Il telegramma era in tedesco e diceva:

[pg!59] «Impossibile, cara. Duvally a Roma può provvedere, Franz.»

Veniva da Berlino, con la data del giorno medesimo. Rimasi perplesso dapprima; lessi un'altra volta, più volte ancora. Mi sentii tutto rimescolare; poi macchinalmente riposi una metà del telegramma su la pettiniera, l'altra per terra, com'erano prima, esattamente.

Scesi. Nell'atrio domandai al portiere:

— E' molto che la signora è uscita?