— Non saprei, signor conte, — mi rispose. — Non l'ho veduta passare.

Uscii per istrada. La mia mente mi pareva chiusa in un cerchio doloroso, entro cui passavano torme di pensieri veloci, lontani fantasmi, fisionomie di persone straniere, inafferrabili.

Era una serata chiara in quella mitezza dell'inverno romano. L'aria, tra bionda e rosea, pareva percorsa da un oscillar continuo di bagliori, che facevano splendere i lastricati, le vetrine, le chiostre dei lampioni, e lontano tutte le cupole, tutte le cose aeree.

Mi trovai sul marciapiede, sperduto fra l'andirivieni continuo della gente; un senso di novità m'invase, come s'io fossi per la prima volta nella moltitudine di una città straniera, fra persone che avessero costumi, facoltà, istinti, piaceri e tristezze assolutamente diverse dalle mie.

Le parole oscure, i nomi del telegramma, tornavano ad assediarmi la mente con una persistenza dolorosa. Infine m'accorsi ch'ero sempre lì, fermo, dinanzi all'albergo, su l'orlo del marciapiede, che molte persone mi urtavano passando, che un giornalaio ed un venditore di focacce andavano e tornavano sopra un intervallo di pochi passi, dinanzi a me. Una carrozza signorile passò: vidi la contessa di Casciano affacciarsi allo sportello; pur avendola guardata in viso, dimenticai di salutare.

«Duvally a Roma può provvedere... — Duvally? Franz?

Chi erano mai costoro? Ed Elena dov'era in quel mentre? Involontariamente il mio sguardo penetrò dentro [pg!60] quel formicolìo di persone, quasi per cercarla, per riconoscere di lontano l'alta e snella figura di lei, od il colore della sua gonna, od il mantello che usava portare. E mai come allora conobbi l'oppressione della folla, misurai l'implacabile indifferenza con cui si muove, si agita, si moltiplica, si muta, nascondendovi ciò che vi appartiene, mescendo le sue mille voci in un solo clamore, vasto e pressochè immobile.

Chi erano mai questi uomini che le scrivevano familiarmente, che potevano «provvedere per lei?» Mi aveva dunque ingannato nell'affermarmi di non conoscere alcuno a Roma e ingannato ancor più nel raccontarmi la storia della sua vita.

Ora mi dilettavo in pensieri di vendetta e di delicata ironia. Ero fermo sull'angolo di una strada, e l'avrei veduta giungere, così da un lato come dall'altro, senza tuttavia lasciarmi scorgere da lei. Volevo simulare una perfetta ignoranza, per mettere alla prova la sua doppiezza; d'altronde, con il possesso di questo nome, il giorno dopo avrei potuto scoprire facilmente chi fosse questo Duvally. Ma per la prima volta, pensando ad Elena, soffersi nel vedermi dominato da lei, provai sordamente la vergogna d'essere costretto a spiarla come un volgare amante od un burlesco marito che abbiano sentore d'infedeltà. Quel maestro fine di eleganze amatorie che stava in me per abitudine antica si divertì nel molestarmi con le più aspre ironie.

Or pioveva per l'aria dorata un crepuscolo vaporoso, pieno di corruscamenti, quasi un fiorire vicino di stelle, con i presagi, nell'inverno, della imminente primavera.