Si chiamava Franz von Hohenfels ed era prussiano. Andarono a Parigi; con l'ultimo denaro arredarono tre piccole stanze in un quartiere eccentrico; vissero nei primi tempi di quello che la madre guadagnava traducendo novelle, romanzi e poesie dall'ungherese, o copiando, se il bisogno urgeva, le tesi dei medici ed i memoriali degli avvocati.
Allora quella donna malata, che pareva solamente reggersi per un miracolo di energia, si rivelò agli occhi della figlia sotto una luce quasi eroica. In lei viveva un'anima nascosta, capace delle più grandi rassegnazioni.
Elena, a quel tempo, non aveva che sedici anni, e curava le cose domestiche, aiutando la madre, leggendo a voce alta i suoi libri e ricopiando i suoi manoscritti quando i poveri occhi stanchi non vedevano più. Talvolta la madre dettava, e dettando le spiegava ogni cosa, la iniziava lentamente alla sua vasta cultura, dandole [pg!70] un piacere caldissimo per le cose dell'arte. Quando i guadagni divennero più lauti, ella fece seguire ad Elena qualche lezione alle cattedre pubbliche, preparandola man mano ella stessa per un esame d'istitutrice che il suo pronto ingegno superò senza fatica.
Alcuni amici venivano a visitarla talvolta e spesso quel Franz von Hohenfels che alla morte del padre assunse la tutela di Elena.
Innamoratissimo della madre, aveva tentato per lungo tempo d'indurla suo malgrado a seconde nozze; ma Elena preferiva la miseria, purchè sua madre rimanesse a lei, a lei sola, in quella piccola casa di Montmartre, di fronte alla chiesa del Sacro Cuore, dove i tramonti su l'apoteosi della città incendiata erano così divinamente belli.
Dopo qualche tempo l'Hohenfels finì con rinunziare a questo progetto e le sue visite a Parigi furon meno frequenti, finchè cessarono del tutto. S'era più tardi ammogliato in Germania, e solo scriveva di quando in quando per domandare notizie con freddissima urbanità.
Ma vennero i tempi tristi; la madre ammalò, fors'anche di stanchezza; il lavoro le divenne impossibile, il denaro mancò. Era d'inverno e tutto scarseggiava, la luce, il fuoco, il pane, in quelle tre camere taciturne dove una donna di trentasette anni ed una fanciulla di diciotto erano sole a difendersi contro la vita.
Allora fu per Elena una corsa pazza lungo le vie di Parigi, ad ogni porta, ad ogni scala, in cerca di lavoro, di un qualsiasi lavoro che desse una tazza di brodo per la madre malata, che desse la legna per accendere un po' di fuoco la notte, quand'ella tremava, scarna, sotto la coltre, vaneggiando.
Per molte settimane, perchè non le portassero la madre all'ospedale, Elena fece ogni umile mestiere: praticò le scuole delle sarte, ricamò le iniziali delle biancherie, vendette nei negozi, assistette malati, rispose agli annunzi dei giornali, si trascinò per ogni agenzia, fu da ultimo la modella di un pittore.
[pg!71] E questo giovine che la vide così bella e così triste, invece di offenderla, ebbe del suo dolore una fraterna pietà. Povero, volle offrirle qualche soccorso, la confortò, venne a visitare la madre. Ungherese di nascita egli pure, — (e per questo Elena v'era andata) — si chiamava Mathias Bunko ed era minato da una inguaribile malattia.