Per lʼEsposizione di Venezia egli stava preparando un certo quadro, molto più complicato deʼ soliti e più grande a vero dire, poichè misurava non meno di due metri per tre. Gli occorreva un certo seno speciale, assolutamente inedito, un seno come intendeva lui, per la figura della protagonista. Dopo aver visitato con benevolenza parecchie dozzine di esemplari difettosi, una sera, bevendo il gin, gli fu parlato in confidenza della eccellente struttura che avevano i seni di Cecilia Malespano.
Glielo disse un nottambulo assonnacchiato, che succhiava la sua bibita con un colore di febbre gialla, e che, dopo una tale confidenza, gli propose di giocarsi la bibita ai dadi.
Il Pittore fece nove.
Il nottambulo tre. Perdette.
Ma il nottambulo condusse la bella ragazza il giorno appresso nello studio del Pittore, che affettuosamente le consigliò di spogliarsi.
Era la più bella creatura nuda che il Pittore avesse ancor mai veduta.
Era perfettamente il seno come intendeva lui, quel seno di famiglia della madre Malespano, la quale regalava cravatte su cravatte al suo battagliero Maestro di scherma.
Queʼ seni le sbocciavano dal busto con impetuosa ertezza, lontanandosi lʼun dallʼaltro, con una vasta e calma simmetrìa.
Guardavano da tutte le parti, con dolcezza ma con vigore.
La spalla tonda li portava, turgidi e limpidi, come due maravigliosi grappoli dʼuva. Il Pittore si degnò concludere:—Va molto bene, mia cara piccina...