Giorni dʼamore.

Solitudine perduta e stupenda in mezzo alla Città piena di strepito, nel potere di questʼuomo, che non sapeva chi fosse; lei, con il suo mazzo di fiordalisi, ma che non era più Bluette.

Era una luce fedele su lʼombra della sua via.

La neve se ne andò; vennero, per il cielo trasparente, le nuvole azzurre dei mesi di primavera. Gli alberi dei giardini si orlavano al crepuscolo dʼuna trasparenza dʼoro; i vasi della povera gente mettevano già qualche fiore sui davanzali dei quarti piani, sotto le grondaie. Nel fiume che traversa la metropoli, ogni tanto, unʼondata quasi azzurra passava; i frettolosi battelli, sotto i ponti, correvano con ilarità. Le più belle ragazze dʼogni quartiere andavano per istrada con il collo nudo.

E così fu primavera.

Su la Città grande, rumorosa, che le aveva data la gloria, il suo nome di etera giovine tramontò.

Non la videro più i teatri splendere alle ribalte, sui tappeti sparsi di fiordalisi, ove la danzatrice inimitabile danzava.

Non la videro più le strade consuete, gli ippodromi fioriti nei giorni di primavera, i viali mattutini del Bosco, i ritrovi pomeridiani che si affollano verso lʼora del tè.

Scomparve dalle case di mode, ove i più rari gioielli dellʼingegno parigino a lei gelosamente serbavano i maestri dʼeleganze; scomparve dalle sale degli spettacoli notturni, ove il suo giungere sollevava ondate dʼallegria, battaglie di fiori, e, sui trillanti violini, le cadenze dellʼantico My Blu.

Nulla riuscì a vincere la sua volontaria solitudine; sparì comʼera venuta, simile ad un raggio di sole. Sparì come i fiori cadono dal maturo albero, in una sola notte, lasciando ancora nellʼaria il loro inestinguibile profumo.