—Oui, tu es mon frère, Jack... tu ne dois pas mʼen vouloir si je lʼaime...
—Il faut être heureux, Bliouette. Cela est lʼimportant!... Le reste nʼest quʼune farce.
—Oui, tu as raison: le reste nʼest quʼune farce. Mais moi, je ne suis même pas heureuse... Et, vois–tu, je te le dis à toi, Jack, parce que tu es mon frère...
La bionda Caterina, da qualche tempo, soffriva la nostalgia di rifare un assalto con quellʼottima lama chʼera il suo Maestro di scherma. Insieme bruciava dal desiderio di tornare per qualche mese in Italia a fare la Parigina.
I suoi teneri legami con Maurice, maggiordomo impeccabile, si erano gradatamente allentati, per la sola ragione che il solerte maestro di casa, già molto grigio quando aveva cominciato a prepararle quelle famose tazze di camomilla, ormai si era fatto quasi del tutto bianco.
Ella, che invece rimaneva rosso–bionda con pertinacia, grazie ai miracoli dellʼAccademia di Bellezza, non poteva indulgere a quella nevicata, e la capigliatura da saraceno del suo gagliardo Maestro di scherma le rifolgorava più che mai nel riscaldato pensiero. Lʼidea di tornarsene fra le sue conoscenze lombarde, impariginita come una canzonetta napoletana messa in voga dai violini di Montmartre, lʼidea di sbalordire tutta la clientela di sua sorella, integerrima Levatrice Diplomata, coi doviziosi abiti, coi mantelli e con le pellicce che le aveva regalati Bluette, la tentazione dʼinframmettere, parlando con queʼ provinciali, qualche spízzico di francese fra i dialetti che si parlano con lente cantilene per la dolcissima valle del Po, tutto questo insieme, le diede così grande impazienza di rivarcare le Alpi, che Parigi ormai la disamorava di sè quanto il maggiordomo incanutito.
Inoltre, da buona madre, non voleva più assistere alle follìe di Bluette. Pazza da mettere in un manicomio, secondo lei!... E, per di più, con un caratteraccio tale, che ormai non era possibile farle neanche la più piccola osservazione.