In quel momento la bionda Caterina rientrava dalla sua passeggiata crepuscolare, fresca e giovanile quanto è lecito essere ad una donna della sua età. Siccome nel medesimo tempo Linette scendeva già dallo scalone, sua figlia non le permise nemmeno di avvicinarsi allo sportello:
—Dopo, dopo, ti spiegherò, mammina... ora ho fretta!
E la lasciaron lì nel sottoportico, mentre i due pettegoli bambini del portinaio la tiravano per la bella sottana e le chiedevano sfacciatamente:
—Est–ce que ce soir il nʼy a pas de chocolats pour nous, madame Catherine?
Non ne aveva. Ma restò per circa una mezzʼora, lì, sotto il portico, a far congetture su lʼaccaduto con quel personaggio gallonato e protocollare, che possedeva il senno proverbiale di tutti portieri.
Laggiù frattanto, nella strada calma e lontana, le poche botteghe si erano accese di una pallida elettricità. Qualche gente vi discorreva su lʼorlo dei marciapiedi; qualche altra, stanca della giornata, passava senza volgere il capo, lungo i muri.
Dietro la porta vetrata il lucido gattone di Madame Greuze guardava con immobilità bollire una pentola sul fuoco.
Salirono.
Prima ella suonò ancora il campanello; poi, rapidamente, il fabbro fece saltare la serratura.
Bluette osservava con occhi fermi le mani callose dellʼoperaio. Gli disse: