Il grido liberatore correva, in giù, in giù, per il lungo nastro della carovana, fino al più tardo mulattiere, che urlava egli pure, dimenandosi e bastonando la sua logora cavalcatura:
—Aïne! Aïne! La sorgente! la sorgente!
Le scarse tribù che vivono di miseria nelle perdute oasi del Guébli si adunavano fuori dal palmeto per veder giungere la carovana.
Dalla groppa del suo méhari falbo, Jossuf–el–Foukani, maestoso ed affabile, parlamentava brevemente con i capi–tribù. Da quelle misere genti si davano segni quasi di venerazione al potente Foukani, lʼuomo che parlava il linguaggio dei roumi, il protetto francese, lʼamico del Pascià di Beni–Ounif.
Le donne del Guébli, scure, con occhi a mandorla, già crespe di vello sudanese, logore di selvaggia maternità, venivano a guardare in silenzio la bella Cristiana. I marmocchi arabi le si premevano in giro, nudi, oblunghi e lucidi come ghiande. Qualche negro spaventoso rideva con la bocca sino alle orecchie, tenendo la mano incastrata sotto lʼascella dellʼopposto braccio, e così facendosi croce al petto cosparso dʼuna fuliggine ricciuta.
Il latte aromatico delle piccole mandrie si offriva da quella misera gente in larghe ciotole di legno di palma. Le ragazze di nove anni avevano i seni maturi e protuberanti come nespole. Nel rumore dellʼacqua sorgente cantava la musica naturale della vita.
Poi le bestie si alzavano, pigre, lʼuna dietro lʼaltra, in fila. E via, nel sole, nel delirio, nel sole, per lʼaccecante sabbia, verso lʼoasi più lontana.
Di tratto in tratto qualche carcassa di cammello divincolava dal tenace deserto le sue costole incenerite; qualche cranio dʼuomo luccicava come una sfera dʼavorio polito fra le dune ricamate con mille arabeschi dai lontani turbini del Khâmsyn.
Un giorno, dʼimprovviso, quando i miraggi del Guébli salivano come torce vorticose nellʼalto infinito, apparve una selva di padiglioni dʼoro. E questa era, su lo scenario dellʼorizzonte, la confusa macchia dei palmizi di Taghit.
Vi giunsero al cadere del giorno, quando su lʼalto palmeto sʼimpigliavano strisce di vapori quasi violetti e nellʼoasi brillavano, fra le tende sparpagliate, i fuochi serali del bivacco francese.