Forse per una magìa di specchi, dovuta ai coreografi di quella scena, ella passava con i suoi veli, coʼ suoi capelli disciolti, frammezzo alle fiamme; ballava di là dal rogo; si vedevano le sue nude braccia salire, contorcersi, fra le spirali della vampa; vi cadeva nel mezzo tramortita; lʼorchestra la faceva risorgere; ella buttava i suoi gioielli sul rogo, sʼinnamorava del bellissimo fuoco; nuda e posseduta ne usciva.
Era il sogno della sua lunga strada per lʼarsa terra che non beve mai, laggiù, dove il deserto assale coʼ suoi nomadi arcobaleni lʼantipodo scintillante.
Come in quei giorni disperati, ora e per sempre, nella sua danza intorno al falò, sul teatro della Città Babelica, ora e per sempre, la ballerina di Parigi portava il Sole. In sè, nella propria materia, nei propri atomi viventi, la ballerina di Parigi portava il Sole.
Invece di parlar con la sua voce, danzando raccontava il suo amore.
Lʼorchestra, sui címbali mauritani, suonava la Danza del Sole.
«Che lunga, lunga strada... che infinita malinconia...
«Divenuta simile al suo carovaniere, aveva ella pure il deserto nellʼanima ed era nata per la via del sud.
«Bon chemin, bon chemin, lalla...»
«A poco a poco la terra diveniva uno sconfinato braciere; ogni traccia dʼabitazione, ogni vestigio dʼalbero spariva. E le ore passavano, i giorni passavano, solo interrotti a lunghissime distanze dalla breve oasi di un magro palmeto.