Non appena la cameriera fu leggermente uscita, per recare il suo passaporto al fedelissimo paziente Jack, la fisionomia di Mimi Bluette si spense; le sue braccia ricaddero su la coltre; gli occhi lentamente si volsero verso la finestra che inserenava.

Tutto il cielo era pieno dʼun chiarore di mattinata invernale, morbida e quasi dorata; il sole orlava di ondeggianti vapori le compatte nuvole, senza riuscire a penetrarle.

Mimi Bluette si distese con una pigra e dolorosa voluttà nel soave tepore del suo letto; poi, osservando il proprio gesto, si raccolse nel palmo dʼuna mano lʼaltro suo braccio, che vedeva trasparir dalla camicia, dʼun tessuto fino come velo; si ravvolse il braccio, lo percorse fino allʼombra dellʼascella,—e questo faceva con lentezza, con paura, con dolore, quasi per ritrovare nel proprio corpo una smarrita memoria di sè.

Forse pensava che, nel quadrato azzurro della finestra, vedrebbe il sole ridere per lʼultima volta...

E forse il cuore intimamente giovine le doleva un poco, pensando alle chiare nuvole che attraversano il cielo di Parigi, nei mattini di primavera...

Aveva danzato; era stanca. Stanca per sempre.

Su la Città Stupenda il suo nome correva, come il fumo rosso del vortice di fiamme, che le sue braccia nude avevano spento.

Era Mimi Bluette, la ballerina di Parigi, e non danzerebbe mai più...

Mai più.

Addio!... Così finivano tutte le belle ore della vita. La sua gloria, in quel giorno dʼinverno, era una porta che si chiudeva. La Città non porterebbe in alto che il suo nome lieve. Mimi Bluette.... un piccolo fiore del grano, falciato per sempre... Addio!...