Per questo particolare, anche la rimbiondita madre Malespano voleva imparare il My Blu. La sera, in camera, ne faceva prove assidue davanti alla specchiera, col maggiordomo impeccabile, Maurice. Questi la torturava con scene di gelosia, perchè la insaziabile madre Malespano frivoleggiava nel contempo con altra gioventù.

Lʼamore dʼun maggiordomo è quellʼamore che ha il vantaggio dʼessere a portata di mano; ma purtroppo manca di lirismo e, col tempo, anche di energia. Lʼamore dei maestri di scherma è infinitamente più combattivo.

Questa bionda madre Malespano era diventata frattanto la donna più pettegola di tutto il vicinato. In casa non dava pace a nessuno; le persone di servizio preferivano andarsene che ubbidire aʼ suoi capricci. Tranne Linette, cameriera dalle calze di voilé, che, vantando la protezione di Bluette, spesso non tralasciava di risponderle per le rime.

Questa Linette aveva un fratello, bel giovine, pieno dʼintraprendenza, che si era fatto conoscere nella metropoli vincendo una famosa corsa di motociclette. Ma questa era storia passata. Honoré Messanges, fratello di Linette, con lʼandare del tempo aveva cambiato sport. Era diventato nobile di provincia e portava sul biglietto da visita la corona della sua contea. Cioè si faceva chiamare Honoré Messanges, comte dʼOlonzac.

Quando nessuno provvede a far conte un uomo che ha bisogno di portare uno stemma, è naturale che il povero diavolo faccia uno sforzo per nobilitarsi da sè. Ad ogni modo questʼamabile Honoré Messanges, comte dʼOlonzac, se non era nato proprio di lombi gentilizi, certo viveva la medesima vita di quelli che possiedono, fra lʼaltre dovizie, anche un albero genealogico; e di sembianze, di maniere, dʼabitudini, certamente appariva un autentico dʼOlonzac. Non era molto alto di statura,—forse un palmo più di Linette—ed aveva come Linette, nei capelli ben spartiti, unʼincrespatura luccicante. Fino e morbido in tutta la persona, possedeva neʼ suoi movimenti quella medesima grazia un poʼ femminile della procace Linette; ma i suoi occhi nerissimi brillavano invece di una maschilità veemente.

Il signore dʼOlonzac teneva in mano la fortuna per le corna, come il manubrio della sua famosa motocicletta; e poichè la contea non gli mandava redditi, sapeva trarne senza scrupoli da molti altri canonicati.

Egli non guadagnava il pane con il sudore della sua fronte; ma qualche bella donnina sudava certamente per lui. Il signore dʼOlonzac si vestiva da un sarto inglese, fumava i grossi «Favoritos» del Principe di Galles, faceva colazione in pigiama nel suo rez–de–chaussée, prendeva il tè allʼHôtel Ritz e pranzava da Paillard. Ogni tanto possedeva unʼautomobile, ogni tanto la vendeva; per qualche mese aveva unʼamante, poi si lasciava rapire da unʼaltra; in genere tutta la sua vita dipendeva dai capricci e dalle fortune delle sue variabili ammiratrici.

Nondimeno sarebbe caduto in gravissimo errore chi lo avesse confuso, per esempio, con un qualsiasi Boblikoff, Max, Jean Kiki. Questi mantenuti e protettori di basso lignaggio non godevano affatto la stima del prossimo; invece il signore dʼOlonzac era un elegante ruffiano il quale godeva sino ad un certo punto la stima del prossimo. Ve ne son poi altri, di più elevato grado, i quali, non soltanto godono stima incondizionata, ma sono anzi chiamati a giudicare in questioni dʼonorabilità.

La vita è senza dubbio il più divertente vaudeville al quale possano assistere gli uomini.

Dunque, un bel giorno, il signore dʼOlonzac salì per le scale della palazzina ove abitava Mimi Bluette. Sul pianerottolo si allacciò i bottoni deʼ suoi perfetti guanti color canarino, buttò via la sigaretta e suonò il campanello.