E su lʼabito scuro che portava, più azzurri che unʼalba del mese di Maggio, profumati con un profumo di Coty, le stavano bene, quasi presso la spalla, sotto il rovescio dʼun grande collo di zibellino, quei fiori del sole nei campi, quei fiori che andavano sempre insieme con lei, per somigliare quasi al colore deʼ suoi occhi, al colore della sua fragrante anima... i fiordalisi di Mimi Bluette.

Allora, su quelle due mani protese verso lui, traverso la tovaglia che brillava, egli posò leggermente una sua mano, e sentì per tutta la persona il fascio dei nervi contrarsi, con un dolore intenso, pieno di gioia, come se avesse per la prima volta sentito nascere il tremore del suo grembo dʼamante, il femminile gaudio che si tradiva dal principio della sua bianca nudità.

La mano di Bluette era semplice come il suo spirito, aveva una forma quasi trasparente, portava nel suo colore senza ombra un senso azzurro di verginità. Quelle sottili unghie troppo lucide, troppo rosse, davano alla sua mano quasi unʼespressione di peccato, che ne accresceva lʼinnocenza, come un soverchio belletto messo per celia sul viso dʼun bambina. Quelle mani avevano in sè la tepida gioia bionda dʼun raggio di sole.

I braccialetti si rovesciarono sui polsi come catene pesanti; li oppressero, fecero rumore, tacquero. E le due mani rimasero così, ferme, sotto il peso della sua carezza, felici di potersi dare a lui con apparente castità, come avrebbero insieme voluto le sue lunghe braccia seminude, le spalle tepide, il seno dolce che aveva la forma dʼun lungo respiro, e la sua calda bocca umida, e lʼintero suo corpo quasi nudo, in un pensiero dʼinvincibile dedizione.

Lʼamava. Era la prima volta che amava. Quasi per miracolo era divenuta un amore. Le pareva una cosa del tutto naturale stare accanto a quel forestiero, lasciarsi carezzare così. Lʼamava dʼimprovviso, per il piacere aspro che le veniva da lui, per la sua faccia calma e stanca, per la sua voce diversa da tutte quelle che udì.

Le aveva detto con ebbrezza, come nessuno le aveva detto ancora:—«Depuis ce soir, Bluette, vous êtes devenue ma folie, ma véritable folie...» E questa parola stessa, nel calore della sua voce, pareva chiudere in sè lʼinfinito, le comunicava una specie di paura, un brivido fisico dʼesaltazione spirituale. «Ma folie...»—un breve leggero suono di tre sillabe, che venivano a lei da una bocca sconosciuta, e venivano da lontano, dallʼavventura fortuita che sʼincontra nelle città notturne, chissà, forse dalla tragedia, chissà, forse da un labbro che non le aveva pronunziate ancor mai...

Tacquero.

La musica dei violini accompagnava una svergognata canzone pederastica dellʼefebo Jean Kiki.

Le Americane, inorridite, si premevano i larghi ventagli contro le bocche ridenti. Mon Colonel pizzicava le semi–vergini sedutegli a fianco.

—Et alors, Bluette?