Entrare in uno di questi anfiteatri, allorchè son gremiti e l'entusiasmo li solleva, significa retrocedere con la memoria verso qualcosa che il mondo civile non conosce più, significa ritrovare l'uomo affacciato con voluttà verso il crudele spettacolo della sua barbarie primitiva.
[pg!22] Bisogna tuttavia comprendere questo gioco selvaggio per potersene lentamente inquinare come d'un malvagio vizio; bisogna che in ciò, come in tutte l'altre passioni della vita, possa il nostro cuore veder splendere un poco d'ideale. Quando per la prima volta entrai nell'Arena di Barcellona e rabbrividendo assistetti a questo inglorioso eccidio, a questo inumano strazio di miserabili carcasse equine, veramente avrei voluto poter io solo avventarmi nell'Arena e di mia mano crocifiggere agli spalti quel branco di forsennati macellai.
Ma dopo quel giorno lontano,—che ancora splende nella mia confusa memoria, e splendeva, o limpida Barcellona, su te, nell'alta fiamma, la nera torre di Montjuich—(calmi, con bianche ville, su te fiorendo splendevano i poggi del bel Tibidado, dolce collina tua)—dopo quel giorno lontano, quanti e poi quanti caddero sotto i miei occhi un po' assorti, cavalli e tori senza numero, nella insanguinata polvere!...
A poco a poco il mio cuore di barbaro vinceva ogni misericordia umana, l'odore voluttuoso del sangue mi esasperava come un vino ubbriacante, il piacere della carne dilaniata, il rantolo della bestiale agonia, come un piacere torbido e selvaggio lentamente s'impossessava di me.
Ho finito io pure con rassegnarmi al pensiero che quei poveri animali seviziati, vecchia carne da randello e da macello, in fondo riuscivano a comprarsi con un breve supplizio la pace definitiva; ho pensato che in fondo la mia pietà era quella d'una femminuccia, e che il toro, sia cadesse nell'Arena fra la schiuma e la gloria del combattimento, sia d'un colpo d'ascia su la cervice nei recinti dei pubblici ammazzatoi, era in ogni caso un animale da ingrasso e da mannaia, predestinato alle cucine dell'uomo...
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L'Arena di San Sebastiano appariva quel giorno in tutta la sua magnificenza, quantunque non presentasse quell'aspetto così tradizionale, così caratteristico, delle antiche Plazas di Sevilla o di Madrid.
Eravamo giunti all'Arena mentre già si stava «matando» il primo toro; un solenne irto animale dalle corna lunate, bianco di mantello, ed or fasciato su gli ómeri da una vasta gualdrappa di sangue.
Gallo, espada smilzo e calvo, idolo di un grande partito che in Ispagna giurava su la maestrìa del suo destro pugno invincibile, dopo aver dedicata la morte del toro a non so chi del pulvinare, si avanzava nel mezzo dell'Arena, verso il grande e fermo avversario che, ansante, non più si avventava contro le fallaci cappe dei mantellieri, ma tenendo basse le corna, gocciolando sangue, ormai sentiva di dover combattere la sua pugna fino all'ultimo respiro.
E Gallo, venutogli di fronte a men di due passi, con tanta grazia sciolse la sua «muleta» color di porpora e la sciorinò su la diritta spada, che, invece di vederlo fermo davanti al pericolo della morte, mi parve un uomo il quale s'apparecchiasse leggermente a qualche non drammatica prova di agilità.