La fanfara, su gli spalti, salutò a squillo di tromba la vittoria dell'uomo.

—¡Malo, hombre! Muy malo, hombre!—andava gridando con tutto il suo fiato l'indignatissimo Lord Pepe.

E Gallo, con un piccolo sorriso malcontento nella faccia segaligna, compiva il giro dell'Arena, raccogliendo i berretti che forse per confortarlo gli lanciavano i suoi pochi ammiratori.

Madlen non diceva parola nè dava segno di turbamento alcuno. Seduta vicino a me, vicino a Lord Pepe, con un gomito poggiato su le ginocchia sovrapposte, guardava nell'Arena, quasi distrattamente, osservando lo sgombero delle stecchite carogne, che due mule grige, [pg!26] con sonagli e pennacchi, trascinavano fuori di galoppo. Era leggermente pallida, e stavano fermi, fermi sino all'immobilità i suoi grandi occhi lionati, che variavano sotto il color del sole come due magnifici scarabei. La caviglia del suo leggero piede quasi mi toccava uno stinco; la calza fina, d'un nero d'argento, non formava su quel fuso perfetto la più piccola grinza.

Frattanto, al galoppo di due squallidi ronzini, che a spruzzi perdevano sangue dalle recenti ferite, i «picadores» compivan nuovamente il giro dell'Arena, poi si fermavano, con le groppe dei cavalli contro lo steccato, ad una trentina di metri dall'ingresso del «toril». Spalancatosi questo al segnale delle trombe, un nero animale formidabile vi si affacciò con impeto, fece tre balzi e di botto si fermò, come se lo splendore del giorno l'avesse accecato. Chiuso da molte ore nel buio del «toril», assillato con uncini pungenti, la sua bestiale furia si abbacinava davanti allo spettacolo di quella gente infinita. Poi volse in giro i suoi terribili occhi, vide i cavalli dei «picadores» e con una galoppata che parve un volo, quasi ruggendo, si avventò nell'Arena. Tra un nugolo di polvere sollevata precipitò nel mezzo del recinto, e di colpo ristette. Lo accerchiavano i «capeadores», sventolando larghi mantelli, provocando con astuzia il possente animale, poi da ogni parte fuggendo a gambe levate. Il toro si mise a rincorrerne alcuni, ma essi agilmente saltavano la barriera. La bestia infuriata menava cozzi terribili contro il solido recinto, e più volte infisse le corna per almen due póllici nel legno della palizzata. Poi si volse, vide a poca distanza il tremante cavallo d'uno dei «picadores», con l'omaccio in sella, pronto e curvo su la sua lunga [pg!27] pica. La gamba sinistra del cavaliere aveva una solida corazzatura; bendato era l'occhio sinistro del cavallo; un orribile palafreniere, in giubba rossa e calzoni di tela greggia, stava dietro il cavallo con un lungo randello, per tempestarlo di colpi se questo piegava sui garretti o per costringerlo a sostenere la cornata se atterrito retrocedeva.

Il toro vi andò contro con tanta forza, che, nonostante il colpo di lancia infittogli nella groppa, uno de' suoi corni sparì nel ventre del ronzino, l'altro gli squarciò la spalla, e tutto fu sollevato in aria di peso, uomo e cavallo, poi rovesciato contro la barriera, schiacciato, calpesto, mentre il toro non riusciva più a districare le corna dalla orrenda ferita e scoteva rabbiosamente la cervice, cavando sterco e viscere dall'addome dilaniato.

Quando infine lo squarcio fu così vasto che il toro potè strapparne le corna divenute orribilmente rosse, tosto i «capeadores», agitando mantelli, riuscirono ad allontanarlo dal cavaliere disarcionato.

Allora, nel buttarsi dappertutto alla cieca, il toro improvvisamente vide contro l'opposta barriera il cavallo dell'altro «picador», che invano i servi di stalla, bastonando come anime dannate, cercavano di mettere in buona positura per il colpo di lancia.

Fissarlo, balzare, investirlo, fu questione di pochi attimi. Lo colse in pieno, da tergo, affondando la cornata frammezzo alle due nátiche. Parve di vedere la squallida bestia spaccarsi nel mezzo, con un'enorme fenditura per tutto l'addome, dalla quale cadevan orrendamente le viscere sgomitolate. Una sua zampa floscia pendeva, rotta nell'articolazione. Il labbro violastro, sollevato [pg!28] su la dentatura gialla, esprimeva un dolore straziante, un'agonia piena di terrore, sotto la tragica maschera di quell'occhio bendato.

Sconciamente ruzzolarono, uomo e cavallo. I mantellieri accorsero, accerchiando il toro con uno sventolìo di cappe, mentr'esso già stava ponendo le zampe sul dosso del «picador», ch'era stramazzato vicino al cavallo. Incapace di rialzarsi, per il fasciame della corazzatura che gli stringeva un ginocchio, l'inerme «picador» non aveva ormai che una sola difesa: quella di rotolarsi a terra, con le braccia stecchite lungo i fianchi, cercando un rifugio sotto il ventre stesso dell'infuriato animale o tentando d'incastrarsi fra la barriera e la carcassa del cavallo agonizzante.