Qualche piccolo grido ruppe qua e là, tra il pavido silenzio della moltitudine.
Fu allora che si vide Bombita leggermente balzare tra il furioso vortice di mantelli che non riuscivano a distogliere il toro, gettargli proprio su gli occhi la sua cappa disciolta, sì che il toro v'inciampava, e con mille astuzie rapidissime, agili, pericolose, trarselo dietro sorridendo, raccogliendo nella fallace cappa le sue furibonde cornate, finchè, nel mezzo dell'Arena, battendo il piede imperiosamente, l'espada lo fermò.
Un grido fantastico e grande sollevò l'anfiteatro. Più nessuno si curava del «picador» scavalcato, che del resto avevan già rimesso in piedi e pareva non avesse importanti ferite. Solamente si vedeva una leggera striscia di sangue scorrergli giù dal polso e gocciolare dall'ápice delle sue dita.
Il servo di stalla, con un colpo di stiletto, liberò lo squarciato ronzino dalla sua straziante agonia.
[pg!29] Era stato un cavallo, un povero animale indifeso ed utile fino all'ultimo giorno della sua vita; ma ora, in quello stato miserando, non valeva più che il peso della sua carne dilaniata, il prezzo della sua pelle troppe volte ricucita. Ucciderlo era dunque l'ultimo vantaggio che si potesse ancor trarre dalla sua frusta affamata carcassa; di lui, come vivo, nessuno darebbe una peseta; aveva dunque finito logicamente di servire l'uomo.
Il suo muso giallo, intriso di bava e di polvere, pareva con un riso tragico ringraziare gli uomini della pietà finale che avevano avuta di lui.
E dire che il Pretore Urbano amministra tutti i giorni la Giustizia, fra due libroni che rappresentano la Legge, in questa oscena e miserabile commedia che si chiama la vita...
Quel toro fu prodigioso: quattro cavalli uccise, altri due ne mandò via scuciti come tabarri da mendicante.
Infine le trombe suonarono «la suerte de banderillear». Gli furon messe due paia di «banderille», ma piuttosto male, perchè il toro correndo scuoteva la testa, onde riusciva pressochè impossibile collocare i pungiglioni come l'arte classica del torneo prescrive, una per parte, a qualche pollice dalla nuca. Il toro, messo in furore da quegli aculei pungentissimi, si avventava di qua, di là, cozzando a vuoto nei mantelli, stramazzando su le ginocchia e talora fermandosi deluso nel mezzo dell'Arena, con la fauce spalancata, la lingua pendente, bavosa e nera di convulsione, gonfia di dolore, con orrendi muggiti.
Le trombe allora suonarono la messa a morte. Bombita, [pg!30] col suo drappo di porpora e la bellissima spada serrata nel pugno invincibile, si presentò con brio davanti al pulvinare, si scoverse il capo, tese in alto il braccio e brindò il toro ad una persona che non vidi nè potei scoprire chi fosse, ma certo un alto dignitario, forse il presidente medesimo delle corride, oppure una famosa bella donna. E pronunziò le parole di rito, con le quali si vota in olocausto il proprio sangue pur di compiere il sacrifizio del toro.