Poi, trovata nella scarpina una mezza mandorla tosta, [pg!58] ch'era l'unica entrata nel segno a comprovare la destrezza di Madlen, per farsi da lei perdonare quel sonno poco diplomatico, il rappresentante in Ispagna del signor Teodoro Roosewelt ebbe con molto garbo la galanteria di mangiarla.

Ora è venuta l'alba.

L'Urumea tace. I castani di Monte Ulìa scuotono tra una luce vaporosa le foglie orlate di brina. Entra col rumor delle foglie un senso di freddo sottile. È l'alba; è l'alba su Monte Ulìa...

Desiderare, non possedere, addormentarsi...—questa è la storia di una notte, anzi è la storia di tutta la vita.

Così pure diceva, sul pianoforte in sordina, l'eterna Canzone del Missouri:

Et j'eus souvent

d'autres romans;

j'ai connu d'autres baisers,

trop vite epuisés...

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Una commedia spagnuola, fatta di chiaccherii, di sussurri, di trilli, di frizzi, di baci, con molte ragazze da marito, maldicenti e ben pettinate, che aprivano e chiudevano con volubilità i loro ventagli vendicativi; molte matrone, stile cattolicissimo, un chierico balordo, una [pg!59] zitella sorda, che dal principio alla fine della commedia non cessava un attimo dal rotolare tra le sue lunghe dita gialle, su la scrivania del fratello parroco, un infinito numero di sigarette. Poi v'era un primo attor giovine, il quale, per fare l'irresistibile e sedurre la figlia d'una cugina della cognata del parroco don Vincente, si era messi perfino gli stivali da cavallerizzo...

Non vi piace, Madlen, questa commediola di Benavente?