Ella si chiudeva nella rete fittissima dei suoni che mandavan le sue nácchere, si avviluppava nel rumore, nella gioia della danza, come per scolpire in fugaci opere d'arte la bellezza del suo corpo inesauribile. Aveva le anche agili e pesanti, le ginocchia salde, quasi buie, [pg!61] le caviglie splendenti, aride, però innervate con forza ne' sottilissimi piedi, le reni asciutte, magre come il piacere, dolorose come la voluttà.
Lord Pepe, al colmo dell'entusiasmo, dichiarò in modo perentorio che le commedie di Benavente, come i drammi «de el malinconioso Ibsen o del señor Gabriele de Anuncio» (tre autori fra i quali non faceva distinzione alcuna) son cose che valgono su per giù quanto «un real de Alonso Doze», allorchè su la scena mette il piede una danzatrice come Pastora Imperio.
Siccome non protestai con sufficiente vigore, la bella Inglese parve irritata. Forse una irreprimibile gelosia la pungeva, nel vedere tutti gli uomini accaldarsi ed applaudire le danze voluttuose della bellissima zingara. Cominciò con trovarla sguaiata; poi s'accorse che le sue caviglie avrebbero potuto essere più fine; trovò che il saper scuotere i seni ed il ventre a quel modo non era già una danza pura, come quelle di Maud Allan, bensì un'osceno tremito epilettico; per ultimo disse che Pastora Imperio aveva quel genere d'insolente bellezza la quale può forse mettere in combustione il temperamento incendiabile di un galante chauffeur.
—Bueno!—ammise Lord Pepe;—en cada hombre duerme uno chauffeur.
Questo magnifico dispregiatore di tutto ciò che può rodere un cervello pensante ha sempre l'aria, quando parla, di deridere il suo interlocutore. Sovra ogni cosa egli possiede un'opinione ben chiara, ben definita, che non sarà forse la giusta, ma che per lui rappresenta la categorica verità.
Quando Lord Pepe ammira il figurino di un abito ancor ignoto al volgo, lo chassis di una macchina ultrapotente, [pg!62] le reni oscure di una danzatrice zingara, è persuaso d'intendere con elevazione il senso più lirico della perfetta vita, e certo gode una gioia molto più schietta ch'io non provi nello scrivere una di quelle noiosissime poesie ritmate, delle quali—non saprei dire perchè—talora, come poeta, mi vanto. Nel giudizio di quest'uomo, Little Tich è un artista il quale supera Eleonora Duse; un campo di corse gli dà maggior brivido che una sala del Louvre; trova che l'inventore del rasoio Gillette si rese agli uomini più utile di Emanuele Kant, e senza dubbio venera la cucina di Vatel più che il teatro di Racine:—cosa nella quale non gli saprei dar torto.
Lord Pepe, dopo aver molto ascoltate le ragioni degli uomini sapienti e di quelli, che amabilmente come voi se n'infischiano del genere umano, son venuto a concludere che voi almeno sapete compatire le lor grandi stoltezze, mentr'essi, con tanta levatura, non sanno e mai sapranno indulgere alle piccole vostre.
Quel teatro si chiamava Teatro Circo. Ne uscimmo verso le undici, e per vicoli oscuri, dove i popolani camminavano senza rumore su le lor scarpe di corda, ci avviammo, come ogni sera, verso il Casino.
Confesso che molto volentieri sarei tornato per quei vicoli ambigui sino al Teatro Circo, dove un portiere od una fioraia, un venditore di chufa o qualche altro cortese intermediario, mi avrebbe forse indicato il mezzo più sollecito per far giungere un mio biglietto da visita, con qualche dichiarazione d'amore scritta in pessimo spagnolo, fin dietro le quinte ov'era il camerino della bellissima danzatrice Pastora Imperio. Non già ch'io [pg!63] dividessi l'opinione di Lord Pepe, trascurando affatto quella di Madlen; senonchè le promesse voluttuose di quest'ultima erano lente quanto mai ad avverarsi, mentre la «Jota» è una terribile danza, che certo non persuade gli uomini alla purezza francescana, e più infernale danza è quella che porta il nome di «Olè».
Ond'io volgevo tra me stesso il pensiero di conoscere Pastora Imperio, benchè non sapessi come avrei potuto sfuggire alla involontaria vigilanza de' miei nuovi compagni. Ormai avevamo presa l'abitudine di passare tutte le serate insieme; spesso pranzavamo alla medesima tavola, poi andavamo allo stesso teatro; si cominciava e si finiva il gioco alle medesime ore; una lieta cena chiudeva le nostre lunghe fatiche, poi, verso l'alba, tornavamo all'albergo insieme. Lord Pepe, con molto spirito, non si mostrava punto geloso; anzi aveva l'aria di permettere ch'io facessi alla sua bella compagna un briciolo di corte. Questo fatto lo dispensava da una quantità di piccole cure, che forse affaticavano la sua naturale pigrizia. Ero dunque io che a Madlen ponevo e ritoglievo il mantello, accendevo le sigarette, offrivo da bere, procuravo i programmi, le caramelle, i fiori, cambiavo i gettoni, domandavo al violino di spalla la canzone preferita, ed ero persino io che, talvolta, conducevo nel giardino dell'albergo il nobile pechinese Pompon. Questa mi pareva in ogni caso una prova di fiducia, bella e delicata.