Lord Pepe, giovine hidalgo pieno di senno, amava risparmiarsi per le fatiche maggiori.

Queste ragioni mi tolsero il mezzo di tornare al Teatro Circo in tempo utile. Poi se n'aggiunse un'altra, non meno decisiva; e questa fu che, appena giunto [pg!64] presso la tavola da gioco, perdetti senza indugio molte migliaia di pesetas.

Nulla come un tale rimedio sopisce il fuoco dell'amore; sicchè dovetti per prima cosa provvedere al ricupero delle involate pesetas, che dopo lunghe alternative ridivennero mie. Ciò mi permise di ripensare alla brunissima danzatrice di «Jota».

Madlen e Lord Pepe frattanto erano immersi fino alla gola nelle amarezze del «trente et quarante». Lord Pepe assisteva con occhi attenti e fulgentissimi alle pericolose fortune del giuoco di Madlen. L'unico momento in cui, per nessuna ragione al mondo, egli avrebbe consentito ad abbandonare la sua compagna, era infatti quand'ella sedeva presso la tavola da gioco. Il buon senso amministrativo di quest'uomo vestito a Piccadilly rappresentava per quella pazza Inglese un freno indispensabile.

Dopo mezzanotte le attrici di tutti i teatri, e così pure quelle che professan l'arte liberale del piacere al primo che le guarda, usavan tutte quante radunarsi al Casino, per rischiare un marengo sovra una serie di «trente et quarante» e bere, secondo i casi, o molte coppe di freddo Sciampagna od una economica tazza di caffè.

La sala da giuoco apriva le sue belle invetriate sovra un ampio terrazzo, dal quale tutto il golfo appariva, sino al termine della incurvata Concha. Era il terrazzo dove si rifugiavano i perseguitati dalla disdetta o gli accesi dall'amore. Un uomo solitario, il quale dopo la mezzanotte sedesse ad uno di que' tavolini e per caso, davanti a quel mare così calmo, sentisse nell'anima nostalgica un tremante bisogno di poesia, non rischiava mai di rimanere troppo a lungo in contemplazione della solitudine.

Or accadde ch'io pure, quella sera, sentissi vagamente [pg!65] il bisogno d'una boccata d'aria ed uscissi per un momento a passeggiare su quel terrazzo romantico. La notte profumata e chiara, le stelle, il mare, che so io, forse la scintillante statua della Reina Maria Cristina, mi facevano danzare nel sangue la terribile «Jota» di Pastora Imperio.

D'un tratto la buona ventura che assiste gli scapoli ed i sognatori venne spontaneamente in mio soccorso. O fu per caso un'allucinazione?... Come potrei dirlo? Fatto sta che improvvisamente vidi Pastora Imperio, la terribile danzatrice di «Olè», ritta e ferma contro l'invetriata. Fumava una sigaretta, parlava, rideva con un piccolo ufficiale di cavalleria, un vincitore di Coppe Reali nel Concorso Ippico.

Non era per me facile cosa riconoscere una donna veduta una sol volta su la scena, e pressochè nuda, in un'altra che invece portava un abito leggiadro e ben modellato, con le maniche fino ai polsi, la camicetta fino al mento, e raccoglieva le sue belle trecce sotto un fino groviglio di leggere piume. Potevo benissimo ingannarmi, od anche mettere nel mio raffronto un poco di fantasia. Però, se i miei occhi non eran vittime di un abbaglio sorprendente, quella era, dalla fronte al piede. Pastora Imperio.

La medesima statura molto alta, snella, il piede fino, il fianco ben segnato, le spalle aperte, un po' rovesciate all'indietro, il collo nervoso, mobile, due stupendi occhi da Carmen, il profilo da ebrea.