Pensavo alle donne belle che traversano i giorni della vita, e sono forse il colore, il rumore, la musica dell'ideale che se ne va...
Forse avete ragione voi. Lord Pepe; voi che sapete intendere con poesia la buona cucina, i cavalli da corsa, la disciplina del volante, la saggezza del music-hall; voi che avrete, come odo, il buon senso di rinunziare ad un'amante così bella, dopo la stagione di Biarritz; voi che non leggete libri, non vi occupate di politica, non addolorate il mondo con il vostro pesante ingegno, e di tutto ciò che forma divergenza fra gli uomini solo pensate a discutere il buon taglio d'una stoffa o la semicancellata marca di un antichissimo «Cru»... Voi siete, Lord Pepe, un giusto e liberale filosofo; io sento, al vostro cospetto, il peso e la inutile vergogna della mia fredda cerebralità.
Ora gli avevan acceso con molti riguardi uno smisurato sigaro Avana; centellinava senza fretta un purissimo Triple Sec; faceva con l'erudito maggiordomo una grave discussione gastronomica su certe «poulardines truffées», che gli avevano servite poco dianzi [pg!13] dissertava con molto umanesimo, comparando l'elegiaca purezza del Sauternes al moderato lirismo del Château Rotschild...—e questo era per Lord Pepe, giovine signore del ventesimo secolo, il terrestre paradiso.
—Ma voi,—mi diceva Madlen, con una voce profondamente impura,—voi che avete scritto qualche libro, forse qualche libro d'amore, perchè venite così lontano, in questa città piena di perdizione, ad avvelenare nelle case da gioco il vostro cuore che ama l'Atlantico?...
L'orchestra, su tutti gli archi dei violini, suonava «Die schöne Risette»—la canzone di Leo Fall.
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Amo questa maniera di vivere, la quale consiste nell'andar via. Quando la musica del treno canta nelle mie vene d'esiliato, io sento battere in me, più fervida, la poesia della vita. Non è la strada maestra quella che mai conduce verso il dolore. Sono i vicoli tortuosi e bui, le vie di pochi metri sepolte nelle città definitive.
Amo l'albergo luccicante, rumoroso, babelico, insolente, la casa che a tutte le frontiere per noi accende un focolare provvisorio.
[pg!14] Amo il segretario d'albergo, azzimato e scrupoloso, che mi designa un letto bianco del quale non sarò prigioniero. Amo la cameriera d'albergo, in cuffia e grembiule, pulita e bellina, che mi porta gli asciugamani di bucato e sfibbia le cinghie de' miei bauli, tacendo, con una specie di familiarità. Amo il parrucchiere d'albergo, indiscreto e linguacciuto, che viene ad offrirmi con buona maniera, o tutto quello che mi occorre, o solamente un profumo...