—Volete una mia sigaretta? Credo vi sia qualche goccia d'oppio. Quando ne ho fumate molte, incomincio a sentire il paradiso...
[pg!10] Come suonavan bene, maestro zingaro, nella notte calma e profumata i vostri pazzi violini!... Sì, è la vita che passa, è il tempo che vola, e noi dobbiamo qualchevolta credere nella musica delle orchestre, nei bicchieri colmi e vuoti, nelle sigarette sature d'oppio, nel riso d'una donna che ci sembra la più bella donna della vita...
Ora teneva il mento piegato su le mani congiunte. Ne' suoi capelli oscuri, scintillanti, entrava, s'impigliava, come una lieve sciarpa, il fumo. Era tardi; si udiva dalle sale contigue il rumore ubbriaco d'altre cene. Scendevano giù dallo scalone, i giocatori, con le tasche ripiene d'oro; altri, perseguitati dalla disdetta, lugubri, con facce sparute. Bevevano, arsi, avidi, senza sete. Nel vino affogava l'irritazione, la vergogna del denaro male usato. Era tardi. Le donne, le prostitute, ormai stinte, spettinate, accentuavano, vicino all'ora della coltre, la eccitata loro femminilità. I camerieri, sturando bottiglie, aizzavano quella voluttà artificiale. Si amerebber, crudelmente, fra poco, uomini e donne, con la rabbia della disdetta nelle vene, con la febbre del guadagno nel sangue, maschi e femmine, destinati un giorno all'elemosina, forse ai più turpi mestieri. Scendevano giù dallo scalone, le vecchie, un po' curve, un po' zoppe, contando, ricontando monete. Queste, nei letti solitari, stenderebbero le lor membra gialle, continuerebbero forse nel sonno a giuocare la partita inguadagnábile. Un po' di sudore freddo ingrommerebbe le lor fronti calve; dormirebbero senza dentiere, tossendo, con le ginocchia rattrappite, i ricci e le mezze parrucche, sconvolte, sui cristalli delle specchiere.
Scendevano giù dallo scalone, i maestri del gioco [pg!11] d'azzardo, asceti e filosofi della geometria, possessori del calcolo infallibile, avviati a contrarre un prestito forse col borsellino d'un lacchè.
La guardarobiera del teatro sonnecchiava dietro un mucchio di soprabiti. Per l'atrio passeggiava il custode notturno, aguzzando gli occhi abilissimi nello scoprire una mancia probabile. Il violino di spalla dell'orchestra zingara si avvicinava, suonando, agli ultimi gradini della scalinata. Era tardi. L'elettricità fredda, quasi verde, strisciava in mezzo agli alberi, su la ghiaia del giardino. Fra le mimose, fra le acacie, le stelle orlavano di splendore le delicate foglie. Dalle invetriate aperte, dal porticato, nelle sale, dappertutto, entrava un odore di gaggìe, furioso e possente.
La bianca terra di Guipuzcoa nascondeva tra vecchie muraglie i suoi fragranti gelsomini, le sue pazze tuberose. Qualche vecchio mendicante, in cenci, aspettava di andar zoppicando a chiamare un «coche». Col suo bastone frugava la terra per raccogliere le sigarette spente. Si udiva ogni tanto, sul terrazzo del primo piano, fra il tintinnìo de' bicchieri, uno scoppio di risa femminili. Dal vecchio porto saliva, nei vortici d'aria notturna, un greve odore salmastro d'alghe marine. La città bianchissima di Maria Cristina, piena di finestre azzurre, di cupole d'oro, tutta color di luna, dormiva come un gregge candido sotto il reale Castello di Miramar. Nella distanza, nello spazio, non so dove, da qualche lontana basilica l'ora suonò...
E Madlen diceva:
—Sì, mi sono innamorata di Lord Pepe una sera a Montmartre, per avergli veduto ballare il tango argentino con una ragazza della Pampa, nella sala del [pg!12] Rat Mort... Ma ora il tango è una vecchia danza; passerà di moda, come passa di moda l'amore... Vi prego, vi prego, Lord Pepe, versatemi ancora un bicchiere di Cliquot!...
Ed il glorioso vino biondo cadde, brillò, fra le sue dita quasi azzurre, mandando scintille di spuma, lampi dorati che incendiavano il bicchiere.
Io tacendo guardavo, nel fumo, il profilo bianco della forestiera; vedevo, sotto i lunghi orli delle ciglia quasi d'oro, scintillare, splendere le sue belle iridi variate, che mandavan colori d'indaco e di topazio come due magnifici scarabei.