Ma queste che invece io guardavo, non eran forse le cortigiane sacre delle canzoni primordiali, quelle che le religioni d'Oriente custodiron nei templi scintillanti, quelle che Atene illuminò di gloria nell'apogeo del suo secolo d'oro ed Efeso fece brillare da lungi agli erranti navigatori, ed Alessandria, folle di sapienza, inghirlandò negli immortali conviti, quelle che Roma offerse alla genuflessione de' suoi Cesari e l'Impero cadente circonfuse di più alto miracolo, quando, nella fatale Bisanzio, già tutta pervasa di mollezza asiatica, gli eterni [pg!141] Dei mediterranei cedevano le are fumanti ai pallidi violatori dell'Ellesponto?

Sì, erano ancora le medesime, ed appartenevano a quella dinastia della bellezza che diede le splendide imperatrici, le indimenticabili etere, la rossa fiamma, il sogno delle eterne peccatrici. Da esse nasce la bella poesia di cui vive il mondo, la sorgente piena di natività ove ogni labbro si disseta, ove la febbre dionisiaca del creatore attinge la sua divina inquietudine. Da esse venne la luce dei secoli; nel lor vizio immortale tramontò lo splendore di tutte le dominazioni. Fecero costruire i templi, cantare le più alate leggende, illuminaron de' lor occhi dipinti la storia delle babeliche città; con leggere dita piegarono gli scettri dei monarchi; una d'esse fu anche la più innamorata fra tutte le donne, la più vera fra tutte le amanti,—e si chiamava Maria Maddalena.

Si chiamava Maria Maddalena, ed era la cortigiana di Mágdala, splendente in amore fra tutte le donne perdute, bella come la rosa che nasce nei fragranti giardini del Libano, l'intrisa di tutti i peccati, l'amica dei centurioni prepotenti, la danzatrice ignuda nei conviti ove rideva il buon vino delle vigne di Galaad, quella che diede il suo corpo al delirio di tutte le contaminazioni, la femmina bionda, coperta di gioielli abbaglianti come l'estate, la più soave di tutte le peccatrici, la fontana della bianca rugiada, il fiore della terra di Galil.

E quando la portarono davanti al bel Dio, che predicava per gli umili nella purità del battesimo, davanti al pallido viandante che appariva la sera su le rive del lago di Genezareth, ella con amore gli disse:—«Ti [pg!142] amo, forestiero che vieni dal paese d'oltre monte. Préndimi! la strada è bella; e tu scioglierai la mia treccia per farne il tuo guanciale profumato...»

Poi andò con lui, perdutamente, una sera d'estate.

E camminaron per la dolce Galilea, nella terra dei cedri e dei carrubi, ove ridono bianche fontane fra i cespugli del mirto selvatico. La sera, presso i campi dei legionari, dormivano sotto il chiarore delle stelle.

Ed un uomo era con essi, che amava la cortigiana di Mágdala e guardava con occhi sinistri la luce de' suoi capelli così biondi; un ruvido maschio di Giudea, taciturno come l'uomo che ha patito, rugginoso come il pugnale che s'insanguinò; un uomo che non trovava parole se non fra le sommosse dei suburbi, nelle tetre taverne, fra i vicoli clandestini, dietro i banchi dei mercati forensi, e là tramava le sue congiure, contro i centurioni, contro il Procuratore di Giudea, contro la moneta imperiale che intascavano i venduti a Roma, contro il peso della forza di Cesare, contro il vile Tetrarca.

Ed egli da tutto il suo cuore amava la cortigiana di Mágdala, quella che i citaredi cantavano più bella fra le donne di Galil, quella che non sapeva liberarsi dall'odore delle sue fine ciprie, dal peso de' suoi fulgenti braccialetti, quella che tentava di sè il vero liberatore degli uomini, e lui guardava, ed a lui parlava con la sua voce profumata come il vento, e sempre gli diceva con amore:—«Préndimi, báciami, forestiero del paese d'oltre monte... Vieni; la strada è bella; e tu scioglierai la mia treccia per farne il tuo guanciale profumato...»

Allora, nel popolo di Israele, stava per nascere oscuramente la rivoluzione cristiana. Rumoreggiava, in un [pg!143] mondo piegato sotto la forza delle spade, l'eterna rivolta dei miserabili. Ed era in Giuda che il rumore nasceva, nel focolare di tutte le ribellioni, nella stirpe creatrice d'ogni terribile idea. Quando, nei rossi crepuscoli, più ebbre al cielo salivano le canzoni di Tiberiade e Roma lontana esercitava il suo tirannico potere su tutto il mondo conosciuto, la più splendente cortigiana del Tetrarcato di Giudea, la figlia di Mágdala piena di rosai, la etera che negli alti palazzi dalle sale di cedro aveva udito parlare del pallido Nazzareno, scendeva per le strade maestre a camminare coi sollevatori di plebe, con l'uomo che il folle Giovanni aveva detto essere il liberatore da tutte le miserie della vita.

E i credenti nel battesimo erano già mille per tutte le strade, e Roma lontana, quasi barbara, per questa gente che trascinava nella sua paziente anima tanti secoli d'incatenata civiltà, Roma costruttrice d'anfiteatri e di codici, di templi e di strade militari, non vedeva sorgere questa immensa bufera di anime, che infine soverchiò la sua medesima potenza. Ma col disprezzo che Roma aveva per il linguaggio, per le tradizioni, per il terribile Dio semitico urlante dalle bibbie decrepite, Roma ubbriaca di potenza, non si fermava nemmeno ad ascoltare le innocenti parabole di fraternità, che la sera, camminando coi discepoli, narrava il pallido Galileo.